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A PENSAR MALE SI PARLA MALE: E SI FA PECCATO COMUNQUE

Ad assistere, anche solo di passaggio, ad alcuni dibattiti radio e/o televisivi, capita di apprendere l’esistenza di persone le quali, per varie ragioni, non dovrebbero avere – per manifesta disumanità – il diritto di parola in pubblico. E poiché si tratta di confronti dialettici, spesso la ragione è l’uso di determinate parole (una, in modo particolare) indicativo di un’impostazione mentale – come dire? storta.
Nel corso di un acceso – e, come capita spesso, maleducato: tutti a darsi sulla voce reciprocamente – confronto televisivo, un rappresentante del PD (a far notare certe cose riguardo al Partito Democratico comincia ad avvertirsi una certa stanchezza mista ad amarezza), riferendosi a quella percentuale di cittadini che vivono al di sotto della soglia di povertà, ha usato il termine ‘stock’: per completezza, ‘stock’ di poveri. Il che ha provocato una reazione infastidita da parte di uno dei suoi interlocutori il quale, neanche tanto garbatamente – ma alle volte non serve arrivare all’ingiustizia, per farsi storcere brechtianamente i tratti del volto – lo ha fortemente ripreso in punto di eleganza e opportunità del termine, tenuto soprattutto conto del fatto che non di bestiame o di investimenti azionari si trattava.
Ne sortiva, neanche a dirlo, un vivace battibecco, durante il quale l’accusato di ineleganza formale ribatteva, anche col ditino alzato – brutto segno, quando uno così supporta le proprie ragioni; non si agitassero, i suoi interlocutori e, anzi, si informassero prima di indignarsi: aveva usato termini squisitamente tecnici, ‘stock’ e ‘flusso’, di carattere economico-statistico, al fine di indicare, in un determinato periodo la permanenza di un dato o il suo fluire. In sostanza e nel caso di specie, il persistere di un dato percentuale e il suo modificarsi tramite un flusso, necessariamente variabile. Ovviamente, detta spiegazione non ha convinto nessuno dei presenti, come quasi sempre tutti dediti alle proprie ragioni, inducendo peraltro il conduttore a rivolgere al tizio (si chiama Luigi Marattin ed è parlamentare del Partito Democratico: insomma, i nomi ci sono, vanno conosciuti) l’invito a usare termini meno brutali – esortazione, peraltro, rimasta inascoltata, travolta dall’ennesima spiegazione, fornita dallo stesso, per la quale detti termini derivavano dallo studio dell’economia e via discorrendo.
Ora, è davvero poco importante sapere quanta parte (‘stock’) di maleducazione, che di frequente si manifesta in chi manchi di quel minimo di umiltà in grado di chiedere scusa o di cambiare atteggiamento quando serve, sia presente nel modo di relazionarsi con gli altri del signor Marattin: di molto maggiore appare la sua pochezza umana. Il pover’uomo – lui sì, poverissimo – malgrado gli fosse stato fatto notare coram populo l’inopportunità sottesa all’utilizzo di quel termine riferito a esseri umani (oltre a tutto, particolarmente caratterizzati in modo negativo in punto di capacità economica), ha rivendicato il diritto di farlo, vantando così una certa ricercatezza di linguaggio e questo è, purtroppo per lui, alquanto indicativo di un modo di pensare – prima che di parlare, che però per gli adulti ne è (o dovrebbe esserlo) diretta conseguenza e manifestazione – miserabile, arido, disumano. Insomma, pur se è antipatico sentire qualcuno, invitato a usare termini meno brutali (ché le sue ragioni non avrebbero perso un grammo della loro valenza), reagire a muso duro, infischiandosene dell’appunto ricevuto e, senza minimamente rifletterci intorno, pervicacemente insistere, ebbene è ancora più mortificante e avvilente il dover prendere atto che il Partito Democratico seleziona, candida e fa eleggere personaggi come il Marattin: il quale, non solo si è presentato come un arrogante maleducato – e passi; la buona educazione è assurta al rango di optional: si paga un qualcosa in più per poterne godere i benefici – ma anche come un essere umano mancante di umanità, disinvoltamente capace di ricondurre suoi connazionali (‘Tutti gli uomini saranno fratelli‘, scriveva aulico e romantico Friederich Schiller: quanto ottimismo…) a dati statistici, ridotti a numeri, deprivati non solo di capacità economica in quanto poveri, ma anche del diritto di non essere vilipesi.
Che, a essere vilipeso, è per il Marattin diritto pienamento acquisito: infinitamente di più che di essere chiamato ‘onorevole’ – per mio nonno che, reazionario com’era, MAI avrebbe mancato di rispetto in tal modo nei confronti dei meno fortunati, non avrebbe probabilmente avuto neanche quello di vedere il proprio cognome preceduto da ‘signor’.

Cesare Stradaioli

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MISERIA NELLA DEMOCRAZIA

Chiunque sia dotato di un minimo di ingegno e di senso critico e sia disposto a utilizzare entrambi, è consapevole di come la parola ‘democrazia’, in sé, rappresenti qualcosa di assimilabile al vuoto: o a qualcosa di neutro, come ci ricorda Gherardo Colombo in una recente intervista, parlando della legalità. I tempi che ci tocca di vivere sono opachi e afoni per quanto cromaticamente sovraesposti e afflitti dal rumore di cose e voci; consola poco sapere che, in genere, ogni generazione che abbia attraversato una considerevole porzione di vita si sia poi trovata a dover fare i conti con un periodo storico che risultasse poco chiaro, ostile, in gran parte sconnesso rispetto a molti dei valori più o meno esistenti e riconosciuti.
Il tratto costante del termine ‘democrazia’ e di tutte le forme che ne derivano – aggettivi, avverbi, parole d’ordine, slogan – è rappresentato dal fatto che, in un modo o nell’altro, generalmente e con l’eccezione di rari casi, chiunque vi faccia riferimento; è di qualche giorno fa l’intervista, più volte passata nei mezzi di comunicazione, resa da un fervente mussoliniano in occasione di una celebrazione presso il cimitero di Predappio. Il signore, in modi inaspettatamente per nulla aggressivi e tracotanti, aveva usato poche parole per differenziare a suo modo la democrazia anarchica – quella scaturita dalla fine del fascismo – dalla democrazia autoritaria; era palese come questa seconda accezione fosse quella che meglio si attagliasse al regime del quale si proclamava fedele (e non già nostalgico, ci teneva a precisare, non avendolo vissuto in ragione dell’età).
Ora, stante che nel mondo attuale la democrazia anarchica non pare, al momento, realizzata – anche considerando come i termini ‘potere’ e ‘anarchia’ appaiano difficilmente conciliabili se non in discorsi in cui viga il principio delle parole in libertà in luogo della libertà di parola – va detto come il signore di cui sopra, il sacco vuoto della parola democrazia l’abbia a modo suo riempito, colorandolo al tempo stesso in modo tale da sottrarlo alla neutralità. D’altronde, che una democrazia possa essere autoritaria, in maniera decisamente più marcata di quanto fisiologicamente potrebbe essere – il rispetto delle regole ci rimanda ancora a Colombo e quante volte l’abbiamo sentito e letto ripetere un simile concetto! – è un dato di fatto evidente per tutti coloro che abbiano la compiacenza di dare una sia pure sommaria scorsa alla storia degli ultimi 70 anni. Data, direi, per assodata la necessità – se non altro per mantenere un minimo di dignità e credibilità, per non parlare di onestà d’animo – che detto sacco una volta ogni tanto vada riempito da coloro che si candidano, volta per volta, alla guida della politica locale e nazionale e per non lasciare che a riempirlo siano sempre figuri quali il tizio che manifestava la propria lealtà a Predappio e considerato come, per l’appunto, faccia richiamo al termine democrazia perfino uno che amerebbe vivere in prima persona il Ventennio (una trentina di anni fa girava la battuta che in Italia fossero tutti antifascisti tranne Almirante e Montanelli – cui, nel personale, venivano accostati gli amati nonno e padre di chi scrive: faceva anche sorridere e sembrava pure rispondente al vero, ma solo perché ci si fermava alla scorza; la polpa si è manifestata poi tutt’altra cosa), sarei curioso di ascoltare qualcuno che avesse la pazienza di spiegarmi cosa ci sia di democratico nelle prossime elezioni europee.
Non mi riferisco – non in questa sede, almeno – a tutte le possibili e doverose critiche che è legittimo muovere a quella specie mezza umana e mezza burocratica sul cui funzionamento effettivo (e democratico…) hanno avuto e hanno tutt’ora da dire molti che l’hanno sostenuta e ancora la sostengono, quanto piuttosto al fatto che il Parlamento che ne scaturirà, avrà avuto il contributo elettorale dei cittadini britannici. Il che porta, di passaggio, a domandarsi cosa ci sia stato di effettivamente democratico nel referendum che, or sono tre anni, non tre mesi, portò alla vittoria i sostenitori della cosiddetta ‘brexit’ – termine idiota come molti e, allo stesso tempo, idiota come pochi: ideato al solito scopo di banalizzare ciò che sottende. Si sono espressi i cittadini britannici? Hanno votato? Le domande sono retoriche; meno retorico è se ci piaccia o meno COSA abbiano votato. Poco retorico ma terribilmente inutile. Tanto varrebbe chiederci se ci piaccia il governo di Orbàn o il ceto politico attualmente al potere in Polonia: posto che in nessuno dei due casi il potere sia stato preso con un colpo di Stato, il nostro giudizio lascerebbe il tempo che trova, allo stesso modo di ciò che pensiamo di coloro che, al di là della Manica, abbiano ritenuto opportuno prendere le distanze da quello che significa l’Unione Europea. C’è stato un voto e quello è: lamentarsene, è come prendersela con la pioggia che ci rovina la partita a tennis su un campo scoperto prenotato da tempo. Fa ancora effetto, a ripeterla, una battuta di questo tipo – purtroppo, fa effetto, aggiungo.
Ma. Già, il fatto che dopo tre anni ancora non si sia concretata la volontà della maggioranza dei votanti in quel referendum è grave di per sé e, questo sì! dovrebbe porre serie domande su cosa sia davvero l’unità europea e dovrebbero esserci da subito risposte altrettanto serie: ma che, in attesa del definitivo distacco, a meno che non si verifichi la bestialità assoluta dal punto di vista giuridico (e democratico!) di un secondo referendum – e, ovviamente caldeggiandolo, la sinistra non si fa mancare l’ennesima occasione per dire qualcosa di sbagliato – alla consultazione che si avvicina partecipino i cittadini di uno Stato che con tutta probabilità dell’UE non farà più parte, sicché ci si domanda a quale titolo siederanno nel Parlamento europeo e prenderanno la parola e voteranno e infine contribuiranno a decidere anche sui nostri destini, relativi a un’entità politico-economica di cui non vogliono fare parte, è cosa che va ben oltre il ridicolo.
E, in ultima analisi, lo riempie sì, quel sacco: temo, di aria e neanche fritta – ed è quasi un peccato perché si sa che, col fritto, quasi tutto diventa commestibile.

Cesare Stradaioli

GLI ALTRI, DOV’ERANO?

Decenni fa, a seguito di un fatto di cronaca all’epoca particolarmente impressionante – l’uccisione del padre violento da parte di un figlio minorenne, da anni vittima, come tutta la famiglia, della sua crudeltà – si mossero alcuni fra i nomi più noti della cultura e della politica, promuovendo una raccolta di firme di solidarietà con il ragazzo, auspicandone la sottrazione al processo e il perdono, facendo riferimento alle ragioni che lo avevano spinto al terribile gesto. Richiesto di esprimere la propria adesione, Franco Fortini declinò la proposta: con la durezza che gli si conosceva (non raramente scambiata per alterigia e talvolta la era davvero), non si fece scrupolo di schierarsi anche a favore di quel povero bestione ucciso, in quanto vittima lui pure di una situazione di degrado sociale e culturale – nonché, con tutta probabilità, lui stesso malmenato e forse abusato da ragazzino. Ma il rifiuto di quella firma portava con sè una seconda motivazione; il ragazzo, sostenne con forza, aveva il diritto di essere giudicato, proprio affinché il suo gesto, che verosimilmente l’avrebbe accompagnato per tutta la vita, ben oltre il periodo di detenzione che gli sarebbe toccato, non perdesse di valore e di significato: per lui e per tutti noi, che dobbiamo avere comprensione, sia pure a diverso titolo, per tutti coloro che fanno parte di tragedie come quella.
Ora, quello che lo scrittore chiamava ‘diritto’ a essere giudicati, è senza dubbio manifestazione di un pensiero fortemente condizionato e formato da una evidente matrice giudaico-cristiana: fermo restando il diritto di ognuno a pensarne quello che ritiene per il meglio, rimane il fatto che nel nostro Paese le sentenze vengono emesse dalla Magistratura in nome del popolo italiano e non solo – e, soprattutto, non tanto – in nome di questo o quel singolo cittadino che a seguito di un’azione criminale abbia subito danno, morale o materiale, diretto o indiretto. Anche per questo, il diritto penale rientra nella categoria del diritto pubblico e non già in quella del diritto privato (come, per esempio, una causa di risarcimento danni o di separazione fra coniugi).
Immagino che nel giudizio che il giovane parricida aveva il diritto di affrontare, Fortini vedesse non solo e non tanto l’emissione di una sentenza – e sospetto che non avrebbe visto di buon grado un eccesso di attenuanti – quanto una specie di crescita interiore: fino a quando non fai i conti con il diritto-dovere di punire da parte dello Stato e, dunque, da parte della comunità all’interno della quale vivi, non hai piena contezza del gesto che hai commesso. Può essere. Ma il ragazzo era un singolo individuo: come lo sono, uno per uno quei giovani sciagurati che in una cittadina della Puglia hanno percosso e maltrattato fino alla morte un povero pensionato indifeso e gravato da disabilità mentale.
Per mestiere – così mi piace chiamare il lavoro che per maggiore continuità ho svolto in vita mia e non è un vezzo narcisista – mi occupo di vagliare le accuse rivolte a una persona che si affida a me o che a me viene affidata dallo Stato, non avendo un difensore fiduciario: di valutare gli elementi di prova a carico ed, eventualmente, quelli a favore. Mi rivolgo a uno o più (a seconda dei casi) miei concittadini, togati e non, esortando un giudizio favorevole, che non necessariamente deve essere di assoluzione per essere definito tale. In poche parole: cerco di convincerli del mio punto di vista. Avendo chiara consapevolezza che, in ogni caso, quale dovesse essere la decisione, non spetterà a me. Non sono avvezzo a giudicare, quanto meno non all’interno di un’aula di tribunale: e in questo senso mi riesce poco agevole il concetto di ‘diritto’ al giudizio, avendo chiara l’idea che Fortini avesse ragione da vendere ma che, forse, non gli fosse mai capitato di assistere in prima persona a un processo in cui erano coinvolte persone con le quali aveva un rapporto di conoscenza e/o di comunanza politica – o di avversità, rispetto a quest’ultima: il senso sarebbe stato lo stesso. Il distacco cambia la prospettiva e non di poco.
Farei, perciò, molta fatica a giudicare quei ragazzi, alcuni dei quali minorenni. Molta ma molta meno, lo devo ammettere a me stesso, un senso catartico di punizione alberga in ognuno di noi – in me, di sicuro – se mi trovassi a valutare le responsabilità di tutti coloro, tanti, tantissimi, pure se in una comunità piuttosto contenuta (il che, se possibile, è ancora peggio), che di quelle botte, di quegli insulti, di quella assurda e lurida per quanto immotivata mancanza di rispetto, SAPEVANO e niente hanno fatto, quanto meno per mettersi di traverso, se non proprio per impedire che proseguisse quell’oscenità. Sarà anche vero che il coraggio uno non se lo può dare (ci sono tanti ‘bravi’, ma i don Abbondio sono di gran lunga in numero maggiore), però una telefonata anonima basta se non altro per allertare le forze dell’ordine, inducendole ad andare a vedere, magari di concerto con i servizi sociali, cosa stesse succedendo in quella casa della vergogna.
Giudice lo sarei volentieri; e, detta tutta, in piena convinzione di essere nel giusto al momento di una condanna, che vorrebbe e dovrebbe essere severissima. Perché in quel luogo di tristezza non si è solo consumato un crimine, previsto e punito dal codice penale: altri, che non sono quei ragazzi, sono colpevoli più di loro; perché sono adulti, perché sono persone di esperienza di vita, perché sapendo quello che succedeva non ne erano emotivamente coinvolti come esecutori materiale e, dunque, si trovavano nella piena capacità di dire a se stessi ‘basta’ e attivarsi affinché quello scempio umano e morale si interrompesse.
La loro colpa è più facile da individuare – per questo me la sentirei di essere giudice e, potendo, anche carceriere – perché non servono né indizi  né prove e neppure sarebbero da valutare attenuanti e aggravanti, ché quest’ultime sono superiori: devono, dovrebbero esserlo, oppure un giudizio negativo verso questi adulti (parenti, conoscenti, vicini di casa degli aguzzini e della vittima) semplicemente non avrebbe ragione di esistere. Basta sapere: sapere che sapevano. E’ morta, dopo varie sofferenze, una persona: muore, qui e là, anche la pietà. Che potremmo – anzi: dobbiamo – tenere in conto e usare come sprone per sperare lo sperabile; che quei giovani nostri concittadini, in un modo o nell’altro, possano recuperare loro stessi ed essere recuperati al consorzio civile, anche grazie al diritto di cui scrisse Fortini. Gli altri, gli adulti, speranze di cambiare, di capire non ne hanno e non ne meritano. E questo nuoce molto anche a noi tutti.

Cesare Stradaioli

 

 

 

 

MA BISOGNA CAPIRE

Abbiamo il dovere di capire. Di tenere lontani, per quanto possibile, sentimenti di presa di distanza e di disprezzo: da riservarsi, se mai – anzi, esorto a farlo – a quelle canaglie emerse dalla schiuma della peggiore destra che, astuti quanto basta, avendo riempito il vuoto lasciato dalle istituzioni in genere e dalla Sinistra nello specifico, cavalcano la rabbia e la protesta di persone e famiglie che vivono in condizioni e luoghi vergognosi, di degrado umano, culturale e materiale. Non sono loro i nostri interlocutori: non ne hanno titolo.
Coloro con i quali, se ancora ci dichiariamo di Sinistra e progressisti, dobbiamo confrontarci, sono donne e uomini che vomitano odio e rancore contro l’altro, il diverso, l’intruso; quelli che calpestano il pane destinato a un gruppo di persone che non aveva, autonomamente, di che procurarsi un pranzo appena dignitoso – e, nel calpestare il pane, senza rendersene conto hanno calpestato la memoria dei loro padri e nonni per i quali il pane era non solo e non tanto un indispensabile alimento, ma il vero e primo concetto di umanità e solidarietà.
Certo, i gesti fanno orrore; le cose dette – per lo più urlate – rivoltano lo stomaco e l’intelletto, ma nel nostro essere quello che siamo o abbiamo cercato di essere e di praticare nelle rispettive vite di ognuno, ci siamo fatti carico di capire e porre rimedio. Se per qualcuno il carico di comprendere il difficilmente comprensibile, di provare a dialogare con chi il dialogo neanche sa cosa sia – dato che nessuno gliel’ha insegnato – di evitare la comodità dell’indignazione fine a se stessa, sia diventato un onere pesante e non più praticabile, se la veda con la propria coscienza: eviti, però, in futuro, di stupirsi se l’esercizio del voto sistematicamente lo spiazzi, tirandolo giù dal pero a rompersi le ossa contro la realtà, dura come la terra.
Capire, peraltro, è solo il primo passo ed è anche il più agevole da compiere; solo uno stolto può non capire (o non voler capire) che interi gruppi sociali emarginati materialmente e moralmente, mandati a vivere in luoghi di vuoto totale, lasciati a loro stessi dopo avere dato tacito mandato alla televisione di occuparsi di plasmare i loro pensieri, riducendoli a puro istinto votato al consumo immediato – che sia cibo o propaganda, sempre di spazzatura si tratta – e incoscientemente messi in campo a combattere per la loro sopravvivenza contro altri disgraziati loro pari, non possono che esprimere rabbia e rancore. Allo stesso modo, chi sia dotato di un minimo di ingegno sa bene che in politica come nella fisica, il vuoto di fatto in natura non esista e là dove l’autorità (una autorità qualsiasi, legale o illegale che sia) abbandoni una porzione di territorio, immediatamente dopo il suo posto sarà preso da qualcun altro.
Questo qualcun altro si impadronirà del tessuto sociale e morale e lo gestirà; non gli costerà neppure tanto: basterà la distribuzione periodica di vivande e denaro. Poca roba, a confronto del tornaconto politico che ne avranno, utilizzando oltre a tutto vere e proprie forme di volontariato, del tutto assimilabili a quelle religiose o laiche, nella loro esplicazione.
Il tutto, non andrebbe neanche ripetuto, non nasce senza motivi, senza ragioni storiche e politiche. La destra di questi anni, in Italia e in Europa pare in grado di raccogliere non tanto consensi – il concetto di consenso presuppone un minimo di analisi e di spirito critico – quanto di adesioni, principalmente pescando in strati sociali più spaventati che effettivamente poveri di risorse materiali: cercare e trovare adesioni in quelli che miserabili sotto il profilo culturale ed economico lo sono per davvero,  diventa quasi un gioco da ragazzi. Bisognerebbe insistere a spiegare come e perché sia sia creato quel vuoto. Chiedersi come sia potuto succedere che non solo la Sinistra, ma perfino la Chiesa, naturali, fisiologici direi, punti di riferimento dei reietti, degli ultimi, di coloro che patiscono più degli altri la disuguaglianza, nelle forme vecchie e più moderne, vengano per contro visti come estranei. Da un lato, il politico di sinistra non è più credibile come persona e come messaggio, tanta e tale è la distanza che la sinistra stessa negli ultimi decenni ha deciso di mettere fra sé e le classi più povere e bisognose di riscatto sociale; dall’altro – da un punto di vista laicamente sociologico si palesa, se possibile, storicamente ancora più significativo – non solo e non tanto la figura di questo o quel sacerdote, perfino quella del Papa, quanto piuttosto il significato intrinseco di solidarietà e compassione al momento sono obnubilati e, di fatto, rifiutati, anche e soprattutto da persone che, poi, alla domenica vanno in chiesa.
Di quest’ultima problematica se ne prenda cura chi di dovere, all’interno delle strutture pensanti del Vaticano – chè là, certo, non mancano. Di quella che nella scena politica sta relegando la sinistra a ruoli di comparsa, più che di attrice, dovremmo occuparcene noi. Perché non è finita qui. Il pane calpestatato non è più un inizio e non è solo uno sviluppo: ben di peggio ci troveremo di fronte negli anni a venire e blaterare di cambiamenti e incaricarne lo stesso personale che ha provocato i disastri, equivarrebbe a nominare commissario liquidatore del fallimento lo stesso imprenditore fallito. Non è cambiando segretario, che si cambia la politica, se il nuovo rappresentante proviene dallo stesso ceto che risulta arduo definire ‘politico’.
Sono, la quasi totalità di questo ceto, a seconda dei casi – e scelgano loro quale qualifica preferiscano – incapaci, ignoranti, mascalzoni, corrotti (prendere soldi o regalie è solo il momento finale: la corruzione inizia prima, quando si pensa di poterli prendere), cialtroni, dilettanti allo sbaraglio, bugiardi, cafoni, maleducati, incapaci di condurre un dialogo e un confronto serrato su temi concreti. Sono perfino pessimi imitatori; e si sa che lo spettatore ride quando vede un’imitazione ben fatta – e loro neanche di questo sono capaci, patetici scimmiottatori di una destra che ai loro occhi pare più svelta e attenta e lo è – ma poi quando diventa elettore il voto lo da all’originale che, in genere, è meglio della copia, specie se brutta.
Che se ne vadano. Mandiamoli via. Abbiano diritto a qualcosa di meglio; abbiamo il diritto e il dovere di non trovarci sempre a scegliere per il meno peggio. Il dovere, insisto: lo dobbiamo anche a quelli che cacciano i rom, i profughi, i diseredati quanto lo sono loro, lo dobbiamo a donne e uomini talmente degradati da non rendersi conto di essere usati come arma di consenso per le peggiori menti di questo Paese e che nel fare questo consegnano loro stessi e i propri figli a un destino anche peggiore del loro. E’ anche colpa nostra per quanto è accaduto per come e cosa è diventato questo Paese e, anche solo per questo, dovremmo sentire il dovere prima di tutto civico di voltare pagina.

Cesare Stradaioli

QUARANT’ANNI DOPO

Oggi cadono quaranta anni da quel mattino in cui partì l’operazione giudiziaria divenuta nota con quella data, il 7 aprile.
L’indagine coordinata dalla Procura di Padova, che si estese fino a Roma, con le decine di mandati di cattura ebbe come conseguenze anni di carcere preventivo – era ancora vigente il codice Rocco, che qualcuno (non senza ragioni) rimpiange in alcuni aspetti – espatri, esili e vite in buon numero spezzate, cambiate, divelte. Non furono divelte solo le vite dei singoli interessati. Lo furono anche la legalità, la presunzione di innocenza, il rispetto delle regole e quel poco di dignità professionale che all’epoca la stampa italiana ancora vantava. Fu anche divelta, quasi cancellata una intera generazione di ragazzi e giovani uomini e donne che si ponevano a sinistra del Partito Comunista Italiano e della sua politica: per un singolo compagno inquisito, incarcerato, costretto alla latitanza,  ve ne furono mille che per paura, per incertezza, per timore del proprio futuro e anche, va detto, in diversi casi per opportunismo (forse scarsa convinzione nelle proprie idee), lasciarono del tutto la politica e l’idea stessa di partecipazione.
Fu un’indagine monstre, condotta a tamburo battente e in prima persona dal pubblico ministero Pietro Calogero, pienamente assecondato dal Procuratore Capo, Aldo Fais. Il quale divenne famoso agli annali per due fatti; il primo fu l’aver firmato un manuale di procedura penale, in merito al quale eminenti giuristi processualpenalisti spesero elogi per la grafica in copertina, mentre il secondo fu la scellerata frase “Li abbiamo in pugno!” pronunciata in una conferenza stampa improvvisata, a manette appena scattate, quando non tutti gli arrestati avevano raggiunto le supercarceri di tutta la penisola, cui erano destinati.
L’appiattimento al cosiddetto ‘teorema Calogero’, eterodiretto e appoggiato senza se e senza ma – e senza alcuno scrupolo – pressoché da tutti i vertici, locali e nazionali del PCI, fu quasi unanime e a voce unica; pochi si distinsero dall’indegna canizza celebrativa, a prescindere dalle convinzioni politiche di ognuno: Giorgio Bocca, Umberto Eco, Beniamino Placido, Gian Maria Volontè (che, lo si seppe dopo la sua morte, offrì a Oreste Scalzone la propria imbarcazione per consentirgli di riparare in Francia) giuristi quali Giuseppe Branca, Stefano Rodotà e Alberto Malagugini, oltre a buona parte (non tutta) della redazione de Il Manifesto. Certamente sto trascurando altri nomi: rimane il fatto che, nel totale, furono scandalosamente pochi. Così come ben pochi altri si posero domande, espressero perplessità, si opposero concretamente in punto di diritto e di logica all’operazione giudiziaria e mediatica che ne seguì.
Si può senza dubbio dire che fu la prima indagine giudiziaria che fu seguita, accompagnata – talvolta preceduta – da una stampa che, anche in considerazione degli anni di cui si tratta, fu compatta come mai prima. Scrivo ‘compatta’ e con questo non si deve intendere compatta nel coprire, occultare, nascondere, mettere in sordina, come era tradizione che facesse, dal dopoguerra in poi quanto, per contro, quasi l’opposto: enfasi, titoli raramente visti prima, distorsioni, amplificazioni, martellamento continuo, fino a giungere a quella che va considerata come una delle punte più basse e avvilenti della vergogna giornalistica, la diffusione prima e la pubblicazione poi in vinile formato 45 giri allegato ad alcuni quotidiani e settimanali della famosa telefonata con la quale le Brigate Rosse, chiamando la famiglia di Aldo Moro, annunciavano la sua esecuzione, dando riferimenti in merito al ritrovamento della vettura nel cui bagagliaio si trovava il corpo del politico sequestrato.
La vergogna, il luridume di tutta l’operazione propagandistica fu nell’avere anche solo ipotizzato – in realtà da più parti era stato dato per scontato e la diffusione della registrazione intendeva costituire supporto a tale delirante ipotesi investigativa – che la voce fosse quella di Toni Negri.
Chiunque avesse sentito parlare Negri anche una sola volta, non poteva non captare un deciso accento padovano – dell’alta borghesia padovana, aggiungo, avendone una certa familiarità – là dove il telefonista ne palesava uno tutt’affatto diverso. Come si potesse attribuire a un padovano, ma anche a un veneto, la frase “siete stati un po’ ingannati”, dove l’ultima parola veniva chiarissimamente pronunciata ‘incannati’, inflessione tipica di regioni quali le Marche (e infatti la voce fu poi con certezza attribuita a Mario Moretti che, per l’appunto, era originario di quella zona), può essere solo spiegato in un modo e con tre parole semplici e chiare: mala fede assoluta.
Senza scuse, senza remissioni, senza giustificazioni. Non si trattò di un errore: non lo fu il tentativo di cucire addosso a Toni Negri la veste di capo delle Brigate Rosse, né l’avere equiparato, nella forma, nella sostanza e nella quotidianità, il linguaggio e la pratica politica dell’area extraparlamentare comunemente nota come ‘Autonomia Operaia’ a quelli delle Brigate Rosse. Anche il semplice fatto di non cogliere le sostanziali differenze fra la teorizzazione di una violenza che voleva essere di massa, di base (che poi, nel suo concretarsi, non lo fu che poche volte, non cambia le intenzioni, a prescindere dal giudizio che ognuno da della violenza come mezzo politico) e quella elitaria di una formazione clandestina – la quale, oltre a tutto, proprio nella dinamica dell’intera vicenda Moro, a cominciare dalla incredibile potenza e precisione militare dell’agguato, per proseguire con la gestione del sequestro e infine nella tragica conclusione, a tutt’oggi presenta lacune logiche e politiche mai chiarite e non trascurabili – lungi dal costituire un abbaglio, rappresentò invece l’idea di base per l’elaborazione di un progetto, predisposto e messo in atto con attenzione. Le colse Giovanni Palombarini, allora giudice istruttore, che nel pieno della sua autonomia e indipendenza di giudizio – oltre che di una genuina onestà intellettuale – costituì un baluardo di garanzie e giustizia nella funzione di controllo attribuita a quell’organo; ancora oggi ne parla, in qualche intervista: da persona equilibrata quale era ed è rimasta, non aggiunge una sola parola di giudizio politico e giuridico sul lavoro svolto dalla Procura di Padova, ma insiste a sottolineare le palesi diversità, di lunguaggio e di pratica politica intercorrenti fra le sue situazioni.
In realtà l’operazione ‘7 aprile’ non fu che lo sviluppo più organico, seguito poi negli anni successivi da ulteriori operazioni giudiziarie, che ebbero minore eco nella stampa, ma che dettero risultati particolarmente importanti, di un preciso progetto che, per l’appunto e non per caso, fu non solo appoggiato, ma sostenuto fin da prima dell’inizio dal PCI, tendeva a eliminare qualsiasi ipotesi di movimento o aggregazione politica, o anche di semplice dissenso alla sinistra del partito guidato da Enrico Berlinguer. Naturalmente non si può ragionevolmente affermare che tutti coloro che l’appoggiarono avessero chiaro in mente come sarebbe andata e quali ne sarebbero stati, alla fine dei conti e a rovine fumanti, i costi umani e politici: certo, quando tutto il baraccone fu in moto, NESSUNO dei vertici politici del PCI mosse un dito, non fosse altro per motivi di garanzia processuale e con questo mi riferisco a quello che poteva essere detto e fatto e non fu né fatto né detto a mezzo stampa o tramite le nascenti radio cosiddette libere, organiche alla sinistra parlamentare.
Quanta intelligenza politica, quanta creatività, quante idee, quanto entusiasmo, quanta sincera convinzione nella vera e diretta partecipazione politica (e la violenza c’entrava, all’epoca: le geremiadi odierne sono false e storicamente puttane, dal momento che non è consentito ragionare col metodo ora per allora), quanto vero personale politico sia andato perso, frantumato, eliminato militarmente con l’operazione ‘7 aprile’ è difficile dire, probabilmente impossibile.
Parlino quelli che c’erano, come chi scrive: dicano quello che sanno o facciano il favore di tacere, ma per sempre. Ogni generazione produce, oltre a una fisiologica quantità di errori, energia politica che, poi, nel prosieguo, nella crescita umana di ognuno e nella considerazione contingente della politica del momento e delle opportunità che è bene cogliere ovvero conviene lasciare perdere, necessita di una tara pesante; per dirne una a titolo di esempio, ognuno di noi – che si sia o meno impegnato in politica da giovane, a scuola, all’università o al lavoro – conosce persone che sono state corrotte, guastate dal denaro, dall’ambizione, dal tornaconto personale. La generazione che è stata colpita dal ‘7 aprile’ non si discosta dalle precedenti e dalle successive: ma, anche a tara fatta, chi c’era ricorda che una considerevole percentuale di coloro che lottavano nei luoghi in cui si trovavano, avrebbe poi potuto, in un Paese appena appena normale, costituire un ceto politico serio, responsabile, forte e coraggioso. Soprattutto questi ultimi due aggettivi – ché, in fin dei conti, brave persone serie e responsabili ce ne sono in quantità – sono quelli che maggiormente l’avrebbero caratterizzato.
Avrebbero dato una spina dorsale a una Sinistra che oggi – e non da oggi – non c’è e forse non ci sarà più, grazie allo smarrimento, alla svendita al migliore offerente degli ideali che verosimilmente sono iniziati con l’appoggio a un teorema giudiziario impresentabile. Ogni azione comporta una reazione, diceva il barbuto sepolto a Highgate; osserviamo la società italiana degli ultimi decenni: vediamola priva di – che posso dire – dieci o dodicimila donne e uomini che oggi avrebbero fra i sessanta e gli ottant’anni e che negli ultimi quaranta avrebbero potuto costituire, nella politica e nel sindacato, una vera forza prima di opposizione e poi di governo, che avrebbe reso migliore il Paese che è diventato invece. E consideriamo le conseguenze che ogni attività umana genera. Poi, ognuno faccia i conti con la propria coscienza: o, per dirla con Fortini, coltivi il proprio orto.

Cesare Stradaioli

LA NAVE DEI FOLLI VA…

Proviamo a ricapitolare.
In tutta Europa e in alcune regioni in modo più preoccupante che altrove, spira un vento che potrebbe essere definito di destra, se della destra avesse un minimo di dignità: non ce l’ha; poiché, però, governare è roba da sporcarsi le mani e la coscienza, al momento attuale e alla bisogna bastano e avanzano opache figure senza spessore e senza retroterra culturale. E’ un vento portatore di ignoranza, intolleranza, reflui delle peggiori schiume umane: un vento fascista, insomma.
Il nostro Paese non ne è esente – non può: per natura e a causa di invincibili sedimenti di un passato di arretratezza umana e culturale. I risultati di questa o quella consultazione elettorale possono avere importanza, fino a un certo punto: da molti anni al tavolo delle elezioni siede il convitato di pietra che si ammanta della spaventosa (o salvifica: dipende dai punti di vista e da come la si analizza) percentuale di cittadini che non votano, sicché le analisi del voto restano sempre necessariamente precarie e incomplete. Costoro non votano per svariate ragioni, anche se la principale rimane la disillusione: e siccome il vento di cui sopra gonfia le vele della peggiore reazione, è evidente che le formazioni politiche che da quella parte si ispirano – neo fascisti, pseudo fascisti, vorrei ma non posso fascisti, potrei ma non voglio fascisti e, ultimi ma non ultimi, anzi la grande maggioranza, quelli che, rifacendoci all’appellativo siciliano con cui vengono definiti, con malcelato disprezzo, coloro che non sono mafiosi ma neppure contro la mafia, potremmo chiamare ‘terzi’, cioè né fascisti né antifascisti – hanno fatto da tempo il pieno: l’astensione punisce la sinistra. Meritatamente, aggiungo.
Che altro?
Esiste poi lo stralunato dibattito intorno al treno ad alta velocità e l’assordante fragore di piume provocato da discussioni che del confronto civile, tecnico e politico non hanno pressoché nulla, per lo più a causa dei sostenitori di un’opera che ingolosisce la criminalità organizzata prima di chiunque altro.
Le città, le periferie, allo stesso modo dei rapporti personali, diretti o mediati dai mezzi di comunicazione, rappresentano situazioni letteralmente imbevute di violenza: nei discorsi, nelle narrazioni e, infine, nella pratica. Ne fanno le spese, fra gli altri e come esempio più tristemente emblematico, i rappresentanti di quella che dovrebbe essere – e spesso è – una delle parti migliori della società, vale a dire gli insegnanti, lasciati soli da governi irresponsabili (tutti, quelli degli ultimi decenni) e da ministri pro tempore che si sono dimostrati indegni sotto il profilo umano e culturale.
La totale delegittimazione del corpo insegnante e del suo stesso significato rappresenta una delle cause che hanno portato larghe fasce di popolazione (e non tutte prive di titoli di studio) a un livello di ignoranza, di analfabetismo di ritorno e di vera e propria incapacità di analizzare un testo di difficoltà medio-bassa, oltre che di immaginare e mettere in forma scritta concetti dotati di senso e di struttura acettabili, che trent’anni or sono sarebbe sembrato fantascienza.
Manca il lavoro: dove c’è, non di rado manca la dignità che dovrebbe accompagnarlo e buon lavoro a chi provi a menzionare, in proposito, il dettato costituzionale. Del resto, è da chiedersi seriamente su quale lavoro si fondi la Repubblica, se del lavoro cresce la temporaneità, al pari con la disuccupazione. L’Italia deve, ormai da diversi anni, fare i conti con qualcosa che non è solo l’austerità; non solo la riduzione dei consumi – che, in sé, non sarebbe neppure una connotazione negativa; non solo un più ragionevole – e più contenuto – livello di vita. Bensì con una generalizzata situazione sociale che se qualcuno non è d’accordo a chiamarla povertà, allora è necessario sedersi attorno a un tavolo e giungere a un punto comune per definire cosa sia la povertà, se non sono ‘poveri’ 9 milioni di persone su 60 che non hanno di che nutrirsi a sufficienza e non possono permettersi cure mediche appena di base.
Il nostro Paese vive, pressoché DA SOLO la situazione derivante da un vero e proprio movimento epocale che deve essere chiamato col proprio nome e cioè migrazione, dato che l’emigrazione è, in genere, cosa alquanto diversa, ridotta e riduttiva; il tutto, benché non ci venga fatto mancare per un solo giorno il mantra secondo il quale siamo europei, con tutta la limatura ideologica che vi è sottesa. Nel frattempo, è lo Stato italiano a sopportare i costi finanziari e umani di questa migrazione: una volta accolti, rifocillati, dato loro quel minimo sindacale di livello umano che ci si aspetta da un paese civile, i laureati, coloro che hanno studiato (che hanno competenze, secondo uno dei tanti termini orrendamente correnti), verranno calorosamente accolti dalla Germania e dal relativo Commonwealth di centro e nord Europa; gli altri abbiate la compiacenza di tenerli voi italiani, la nostra parte è già stata fatta… Fossimo sulla Settimana Enigmistica, sarebbe da mettere due vignette; in una, un mercato ortofrutticolo, nell’altra quello dei migranti e scrivere: TROVA LE DIFFERENZE – se ne sei capace …
L’ambiente crolla; oppure è avvelenato; oppure non è in sicurezza; oppure tutte e tre le cose insieme.
E per carità di patria, lasciamo stare la politica estera: sia quella che (non) pratica l’Italia, sia quell’ammasso di nefandezze che si vedono un po’ ovunque.

Madamine, il catalogo è questo ed è largamente incompleto. Eppure.
Eppure, di cosa si occupano stampa e rappresentanti politici, inclusi – il che è ancora peggio – quelli della cosiddetta sinistra? Ma delle ripetute sconfitte elettorali del Movimento Cinque Stelle, naturalmente. QUELLA pare essere la notizia, la questione più importante, fra tutte, su cui occupare il tempo proprio e quello altrui, mentre la nave dei folli procede  motori spenti.
In realtà, c’è poco da scherzare. Un partito serio, davvero riformato – come pretende di essere il PD – può anche gioire delle sconfitte altrui: non è molto elegante, come cantava Gino Paoli (e qualche volta bestemmiano anche, costoro, specie quando parlano di economia e società), però in qualche modo rientra nella dinamica della politica. Il che andrebbe anche bene se, oltre all’esistenza di uno straccio di proposta politica di sinistra (degna di entrambe le definizioni), dal crollo – o presunto tale – del M5S derivasse un beneficio elettorale che desse un po’ di colore all’esangue percentuale che questa strana bestia politica che ancora si ispira alla sinistra, bene o male vanta. Il che non pare essere avvenuto.
No. Gongolano, lieti che il Movimento creato da Beppe Grillo perda pezzi, consenso elettorale e – fra pochi mesi, con verosimili nuove elezioni politiche – anche la maggioranza che detiene in Parlamento. Che questo avvenga a tutto vantaggio della Lega e non della sinistra (che, pure, ha generosamente dispensato voti di protesta – parte dei disillusi di cui sopra – al M5S, ritenendosi, perciò, creditrice di una specie di partita di giro di rientro), pare non preoccuparli più che poco. Probabile che siano ancora convinti che con Salvini e i suoi si possa venire a patti, sia a livello locale sia a livello nazionale: non si rendono ancora conto – e quando ci sarà il risveglio da questo dolce torpore oppiaceo, la sberla del 3 marzo 2018, a paragone, sarà valutabile come una leggera scrollatina che si dà al compagno di viaggio in treno che russa accanto – che costoro non hanno in mente alcuna trattativa.
Non dovremmo averla neanche noi: con i fascisti del terzo Millenno non si tratta. Non era cosa neppure con i fascisti del ’22 che, pure, una qualche testa dotata di grande spessore culturale l’avevano, figuriamoci se si possa (e si debba!) farlo con quelli che ci troviamo a fianco nello scompartimento, cento anni dopo.

Cesare Stradaioli

 

 

 

CHI PARLA E CHI NON ASCOLTA

Non è questione di cifre.
Tutto quanto ha a che fare con il TAV è strettamente ed esclusivamente connesso all’informazione e all’effettiva valenza della rappresentatività. Mi mette al riparo il fatto di non avere competenza alcuna in merito al rapporto costi/benefici o a questioni sia pur minime relative a ingegneria e viabilità; nulla, per contro, ci offre salvaguardia rispetto al modo di relazionarsi che vige in questo Paese, se non offrire quelle che Fortini amava definire insistenze. Che l’Italia fosse congenitamente portata alla divisione lo scriveva Leopardi due secoli or sono e la natura accanitamente faziosa dei suoi abitanti non pare essere cambiata più che molto poco, nel corso del tempo. Insisto, perciò, nel dire che non si tratta di cifre, di soldi, a costo di sfiorare il paradosso. Per quanto possa costare la realizzazione dell’alta velocità, per quanto potrà gravare da qui a chissà quando sulle finanze pubbliche la verosimile sommatoria di costi vivi, corruzione, plusvalore incamerato dalla criminalità organizzata, oltre all’altrettanto prevedibile per quanto immancabile sempiterna attività di manutenzione, tutto ciò sarà, in un modo o nell’altro, assorbito: come sono state assorbite, nei decenni passati, abominevoli opere che di ‘pubblico’ e di ‘utile’ non avevano quasi nulla – molte fin dall’inizio.
Quella che rischia di non esserlo (e, anzi, non lo dovrebbe) e che oggi si trova sul tavolo, più che l’onestà, più che la trasparenza – termini, come libertà, assimilabili a sacchi vuoti che devono essere riempiti a modo e che, in sé, poco valgono – è la VERA consapevolezza sociale di se, cosa e come si stia realizzando, in val di Susa come altrove. E il punto è che la discussione, vale a dire la sincera disponibilità non solo a dire la propria opinione, non solo ad ascoltare quella altrui, ma anche e infine a prendere in considerazione il cambiare idea, a fronte di argomenti che si reputino validi e fondati, è semplicemente non possibile. Non qui, non ora. Il giochino, perché di un gioco si tratta in realtà, è piuttosto semplice e già in sé denota la pochezza intellettuale e la sostanziale immaturità personale di chi lo pratichi. Scopo di questo gioco è non rispondere mai a tono; la vulgata lo declinerebbe in prendere l’altro per sfinimento. Proviamo a immaginare uno scenario che lo possa rappresentare; argomento qualificante: l’alta velocità, tanto per non fare nomi.
Al bombardamento mediatico, improvvisamente sollevato dopo decenni nei quali i favorevoli al TAV si contavano forse sulle dita di due mani, Tizio – cittadino ragionevolomente bene informato – oppone come, a quanto gli consti, tecnicamente il TAV non abbia ancora avuto un solo metro di galleria ferroviaria scavata, perciò di cosa stiamo parlando, quando parliamo di lavori sull’alta velocità già iniziati? Caio gli risponde a mezzo stampa, facendo sì che vadano sistematicamente in onda su qualsiasi canale, come proemio al servizio del giorno sulla questione del TAV, una decina di secondi nei quali si vede, sciamanti qui e là un gruppo di lavoratori in tuta catadiottrica, una galleria scavata che, in realtà è solo un deposito attrezzi. Non è una risposta. E’ molto di più: è un segnale, comunicazione per solito più elementare di un argomento e perciò stesso più facilmente assimilabile da un auditorio normalmente distratto e superficiale, facile all’imbonimento.
Non mi consta che in nessuna parte del mondo le merci viaggino ad alta velocità, continua Tizio (e dio solo sa se in Germania, fosse necessario, non l’avrebbero già fatto). Caio stavolta gli risponde a muso duro, allora tu sei fra coloro che vogliono le autostrade intasate dal trasporto su gomma. Tipico modo di rivoltare il discorso; non mi piace questo colore: preferisci il bianco e nero, quanto sei antiquato…
Per la verità – Tizio non molla – se proprio fossi posto di fronte all’alternativa secca, preferirei che sulle autostrade girassero i TIR e che fossero i treni passeggeri (inclusi e per primi i regionali) a sottrarre dal traffico centinaia di migliaia di auto. Caio mena il torrone, cavandosela con un classico del gaglioffo pensiero neoliberista: non c’è alternativa. Non andare oltre con i lavori significherebbe pagare una penale che non possiamo permetterci, considerato il nostro disavanzo e lo stato delle finanza, figuriamoci poi la restituzione di fondi che l’Europa già ha conferito.
Pur dotato di una certa tenacia tipica dei rompiscatole, Tizio non se la sente di salire di livello, ribattendo che la politica esiste anche per trovare SEMPRE un’alternativa e chi lo neghi è un mascalzone o un utile idiota: per il momento si limita a notare come non vi sia traccia di penali in nessun capitolato contrattuale dell’alta velocità e che, quanto all’Europa, sia universalmente noto come, se mai, i soldi dall’UE arrivino a opera completata, sicché non vi è nulla da pagare né tantomeno da restituire. Ma insomma, Caio sta perdendo la pazienza, ti poni come un pauperista grillino che sogna il ritorno alle carrozze a cavalli.
Tizio rimane perplesso: una risposta del genere gli suona sinistramente – ma non imprevedibilmente (la disonestà si basa spesso sul ripetere frasi a effetto) – simile se non uguale a quella che ricevevano negli anni ’70 gli ambientalisti che mettevano in guardia contro l’abuso degli idrocarburi e il conseguente inquinamento. Sta per dire di essere così contrario alle grandi opere al punto da avere in mente la messa in sicurezza di qualche centinaia di migliaia fra scuole, edifici pubblici e privati, territorio (e qualcosa d’altro che somigli a quello che è venuto giù nel ferragosto dello scorso anno a Genova), oltre alla coibentazione di milioni di strutture, con la possibilità di lavoro a tempo indeterminato di centinaia di migliaia di persone, il che porterebbe, di passaggio, a un risparmio energetico epocale, ma poi si rende conto, mentre nella pausa pubblicitaria tre messaggi su cinque si riferiscono ad automobili, di trovarsi nei panni di Alice a dialogare con il Cappellaio Matto, con la netta sensazione che qualsiasi ulteriore obiezione al TAV riceverebbe una risposta degna del sarà anche vero che il mio orologio non segna l’ora esatta, ma d’altra parte il tuo non ti dice che anno è…
Questo è il punto. Portare gli argomenti a spasso, per poi mettere l’interlocutore di fronte al fatto compiuto – vero o fittizio che sia questo fatto: ormai siamo in ballo, tornare a sedersi è poco elegante e non dà fiducia ai mercati. Chi vada cercando un minimo di effettività nell’essere rappresentati e, di conseguenza, nel vedere pur contare qualcosa le argomentazioni proprie o mutuate da altri, prosegua pure la ricerca – siamo in un Paese libero, n’est-ce pas?: qui e ora si fa la storia tramite l’economia, anime belle e la creazione di posti di lavoro è il carico da undici che chiude ogni argomento.
E se giungesse una commessa da parte dell’Arabia Saudita, notoriamente uno Stato dittatoriale con gravissime limitazioni alla vita della cittadinanza femminile, prevedendo la fornitura di mine antiuomo da prodursi in Italia con decine di migliaia di posti di lavoro, che si farebbe? Non è la stessa cosa, prontamente ribatte quello che porta in giro i discorsi; non si rende conto (ignora i fatti oppure ignora di essere strumentalizzato: veda lui cosa preferisce) che, per contro, la cosa è esattamente la stessa, perché è il principio a essere lo stesso. Non puoi invocare i posti di lavoro solo quando ti fa comodo. Peraltro, non è neanche la cosa peggiore che possa capitare.
Se il primo gesto del nuovo (sic!) segretario del Pd che ha fatto della discontinuità coi disastri renziani e i nuovi progetti di Carlo Calenda, già ministro dello sviluppo economico (delle imprese private: quello che, rappresentando il governo, sedeva al tavolo delle trattative industriali/sindacati, stando sempre dalla parte dei primi), è quello di schierarsi pro TAV (lo sapevamo già che nella torta ci sono le cooperative edili emiliane, grazie: sappiamo anche noi leggere fra le righe), c’è ben poco di cui discutere. Mancando gli interlocutori degni di nome, rimangono i soliloqui.

Cesare Stradaioli

RIASSUNTO DI ANNI RECENTI A USO E CONSUMO DI QUELLI FUTURI

Proviamo a capire, a capirci. E’ necessario fare qualche passo indietro e ricorrere alla memoria; esercizio ostico e scomodo: poco praticato in un Paese che privilegia più di altri i mezzi privati e legge meno di quanto leggesse negli anni ’50. Utile strumento, tuttavia e indispensabile, senza il quale ogni possibile argomentazione avrebbe, al più, l’efficacia cinetica di un motore a dodici cilindri portato al massimo dei giri con la marcia posta in folle.
Cade la cosiddetta Prima Repubblica: pare un secolo e ne è trascorso invece poco più di un quarto. La smemoratezza allunga i tempi. Il sistema si sfascia; era gravato da una corruttela che, beata ingenuità, pareva giunta a livelli non superabili in questo mondo. Avessero potuto leggere il futuro e vedere il mondo com’è adesso, piangerebbero avviliti molti di coloro che nelle custodie cautelari a cadenze quasi giornaliere intravvedevano un cambiamento sostanziale. La Magistratura fa quello che può – da verificare se sia o meno quanto realmente vuole; di certo, cadono staccionate (leggi: avocazioni a Roma) e cedono legami (leggi: via libera come non s’era mai vista per la Procura di Milano; a guardarli nelle foto del tempo, i sostituti procuratori paiono quasi sbigottiti: più dalla libertà di manovra che si trovavano ad avere che dal consenso popolare che li circonda). A conti fatti, avrà grattato la superficie e poco altro; rimangono da scoprire – posto che un domani sia possibile – su quali e quante porcherie sia rimasta seduta l’Italia del dopoguerra. Guai ad approfondire sul ‘boom economico’ degli anni ’60: chi tocca muore. Per cui, rimangono a dormire in santa pace la vera corruzione, emigrazione interna forzata e sanguinosa, sindacati gialli, famiglie e ceti sociali distrutti, inquinamento ambientale a tutta forza, lavoro nero, evasione fiscale da Repubblica delle banane, sventramento del territorio: Agnelli e Pirelli, per non fare nomi ed essere sintetici.

Lasciamo perdere gli esiti giudiziari. Qualcuno aveva paventato plotoni d’esecuzione; sarebbe finita, più o meno come aveva preconizzato il difensore di Sergio Cusani: raffiche di mitra a salve. Ne emerge un Paese incattivito da una comprensibile quanto malintesa sete di giustizia, convinto da una campagna stampa ad alzo zero sulla cosiddetta ‘casta’, che gli eletti siano stati mandati quaggiù dallo spazio profondo e non usciti dalle urne elettorali, soprattutto distratto e in via di distrazione definitiva: ci penserà un imprenditore ricchissimo, furbo e scafato, titolare prima di due, poi di tre e, infine, giusta il suo ruolo di Presidente del Consiglio a più riprese, di sei canali televisivi, con i quali (complici/utili idioti una avvilente cerchia di pseudo oppositori) rimbecillisce un popolo di consumatori compulsivi e viziato a morte da un conformismo senza uguali – un esempio per tutti: almeno due generazioni ancora coltivano il rito dell’abbuffata collettiva, quasi avessero patito la fame bellica come i loro nonni e genitori. Compra sentenze e parlamentari, imbesuisce intere fasce di cittadini, chiede immunità, garantendo il buon rendere a chiunque lo voti, costringe povere anime ormai guitti da retropalco a ingurgitare prosciutto o ballare in tv, indecenti. Ultimo, ma per niente ultimo, umilia l’immagine femminile in tutti i modi possibili. Manda sugli schermi urlatori bavosi. Ordina leggi a propria utilità.
Provocherà danni calcolabili, a spanne, probabilmente nel tempo di una o due generazioni: tanto ci vorrebbe, secondo Franco Cordero, per porvi rimedio – cominciando seduta stante, ben s’intende. Vince e perde a più riprese: due volte, a dispetto di una propaganda mediatica avversa, lo batte Romano Prodi (stiano calmini i sostenitori dell’amabile professore: lui è uno di quelli che ci portò dentro Maastricht e poi nell’euro, forzando un peso medio a combattere con i supermassimi, con un tavolo di arbitri che lo punisce se i suoi medici gli suturano le arcate sopraccigliari – li chiamano ‘aiuti di Stato’). Ma siccome in Italia, abbia Brecht la stessa indulgenza che chiede a noi, c’è chi cambia bandiera più spesso delle scarpe, due volte lo stesso professore bolognese viene cannoneggiato dal fuoco amico. In realtà, dal 1994 al 2011, Berlusconi governa da presidente del consiglio per otto anni e poco più. La cosa, in realtà (non era difficile capirlo, l’uomo e i suoi corifei sono sempre stati libri aperti nelle intenzioni, specie quelle più laide e impresentabili), in senso stretto gli importava e gli importa poco; ancora adesso, fine 2018, se formalmente fa parte dell’opposizione, quello che più gli interessa, dopo essersi assicurato quasi ogni tipo di impunità giudiziaria (da una non ha potuto uscire: se l’è cavata con un affidamento in prova da avanspettacolo) è quello che gli rimane intatto adesso, come quando governava il centro-sinistra: la salvaguardia del suo impero (reti televisive e assicurazioni) e le quote di pubblicità. I rimanenti nove anni lo vedono all’opposizione, mentre i vari governi masticano aria e glorificano Mediaset quale patrimonio della nazione. Nell’Italia della cosiddetta Seconda Repubblica è capitato di sentire anche questo e non è stata la cosa peggiore.

Nel frattempo, menti eccelse scaturite da un partito comunista che durante gli anni ’70 aveva sterminato ogni opposizione alla propria sinistra, ricorrendo se necessario a una certa Magistratura che, fra una legge speciale e l’altra, fra galera ed esili forzati, emetteva mandati di cattura deliranti, uno dei quali definito ‘pantalonade judiciarie’ – cfr. quanto scritto dalla Chambre d’Accusation francese nel caso Piperno rifugiato a Parigi (45 capi di imputazione, parole e musica della Procura di Roma, per chiederne l’estradizione) – si produssero in un’alzata di ingegno che suonerebbe quasi simpatico attribuire a qualche pensatoio della CIA: liquidare i partiti di sinistra. Tanto sarebbe valso, con la Wehrmacht che spadroneggiava in Europa e le truppe bloccate a Dunquerque che, allo scopo di meglio combattere Hitler, Churchill avesse disposto lo scioglimento di esercito, marina e aviazione. E che, con il Reich Millenario finalmente dominatore, avesse potuto avere pure agio e inviti per rivendicare la bontà della sua scelta.
Veltroni e altri geni di caratura superiore, non contenti di avere scelleratamente appoggiato il referendum di Segni sul maggioritario – da solo non ce l’avrebbe fatta mai – che portò, di fatto, all’inizio della mefitica personalizzazione della politica, alla microgestione particulare della vita sociale (mi basta che il mio sindaco-sceriffo porti via la monnezza dalla mia città/comunità/quartiere: di quanto mi sta intorno – lo Stato italiano – me ne infischio allegramente) e al crollo dell’affluenza elettorale, decisero che il ‘partito liquido’ fosse la soluzione. Peraltro, l’ex sindaco di Roma, aveva anche avuto modo di dire più volte che lui – già segretario nazionale della FIGC, parlamentare del PCI e direttore de l’Unità – non era mai stato comunista in vita sua, trovando la buona sorte nel fatto che nessuno si prendesse il disturbo di appioppargli un manrovescio che una simile dichiarazione richiedeva a gran voce.

Con simili idee e menti di tale livello, ovvio che all’alba del nuovo millennio l’opposizione fosse poco più che un gettone di presenza. L’impatto con l’euro è semplicemente disastroso, l’attenzione alla criminalità organizzata è vicina allo zero – registra qualche sussulto con la cattura di Bernardo Provenzano, cioè a dire un vecchio che ha deciso di chiamare a sé l’attenzione delle forze dell’ordine in maniera palese al solo scopo di mettersi in pensione: cure mediche, tre pasti al giorno e una stanza singola, il tutto a titolo gratuito; molto più di quanto possa godere la maggior parte dei suoi coetanei, per tacere della vita da schifo che fanno molti altri ricercati. Poi, più nulla, malgrado lavori un’indagine su una certa trattativa fra apparati dello Stato e la mafia, ma tutto sottotraccia, anzi direttamente sotto il tappeto. Covano antieuropeismo (non che eletti e nominati in Europa si dannino l’anima per farsi benvolere), corruzione a livelli perfino maggiori di quelli che muovevano manifestazioni in stile calcistico a sostegno di Mani Pulite, xenofobia che potrà solo peggiorare, svilimento della politica, abbandono del territorio, lotta sistematica alla scuola pubblica, umiliata a servizio eventuale. Il capitalismo finanziario internazionale trova di fronte a sé ostacoli paragonabili più o meno a una prateria sconfinata e priva di asperità; e la crisi è appena dietro l’angolo: decine di milioni di cittadini europei ne stanno ancora pagando il prezzo e la fine non si vede; vengono attuate privatizzazioni selvagge, con la perpetua socializzazione dei costi e centralizzazione dei profitti in sempre meno mani.
Ci sarebbe di che stimolare riflessioni e apparecchiare tavoli di lavoro per riprendere una vera attività politica di sinistra; stante la situazione mondiale (con capi di Stato e di governo di capacità e di livello politico neanche lontanamente paragonabili a quelli del dopoguerra e infatti fioccano conflitti scellerati e migrazioni incontrollabili, per non parlare di quello e quanto ha dovuto subire il popolo greco, sotto gli occhi compiaciuti degli altri meschini, che al suono del ‘meglio a voi che a noi‘ guardano altrove come quando c’è un disgraziato senzatetto sdraiato a terra) ci sarebbe anche l’occasione di provare a essere nuovamente internazionalisti, ma tutto quello che partorisce il Partito Democratico (nome ai limiti del farsesco: neppure i più assidui neonazisti della Bassa Sassonia si definirebbero antidemocratici, se non altro perché manca loro una formazione culturale appena sufficiente per poter criticare con una certa credibilità la democrazia rappresentativa indiretta), è l’ennesima scimmiottatura americana, infiorettata dall’incipit del programma, preso parola per parola dalla Dichiarazione di Indipendenza del 1776 (il ridicolo viene sfiorato spesso da quel ceto politico), nonché da quella specie di obbrobrio elettoral-mediatico, denominato ‘primarie’. Insomma, una specie di orrendo minestrone predisposto da un pool di cuochi dove il sordo mette in pratica quello che gli suggerisce il muto che combina ingredienti scelti da un cieco.

Poi, succede tutto a tamburo battente; sull’onda della crisi mondiale, 2011, il terzo governo Berlusconi viene disarcionato dall’azione combinata e perfetta mossa da Strasburgo e dal Quirinale. Ora, suona alquanto fastidioso che siano proprio le truppe cammellate berlusconiane ad appellarsi alla legalità costituzionale, ma la ‘lettera’ firmata da Claude Trichet e Mario Draghi, non può definirsi colpo di stato solo perché carri armati e occupazione delle sedi radiofoniche suonano malinconicamente vintage: la sostanza cambia poco. Qualcuno, che non fa parte del corpo elettorale di questo Paese, ha deciso che un governo scaturito da elezioni fino a prova contraria esenti da irregolarità, non vada più bene e debba essere cambiato. La sponda viene offerta dal Presidente pro tempore della Repubblica: senza che sussistesse un requisito che fosse uno fra quelli previsti, nomina a tanta gloria Mario Monti e gli affida l’incarico di formare un governo di larghe intese. Toccato il fondo, si comincia a scavare.
Rileggiamo l’articolo della Costituzione in questione, il 59, col neretto nostro: “E` senatore di diritto e a vita, salvo rinunzia, chi è stato Presidente della Repubblica. Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario.”
Al di là della ridondanza del testo, non risulta che Monti – che, malgrado la vulgata, non era un economista: al più, un laureato in economia, il che significa essere economista tanto quanto l’essere laureato in giurisprudenza sia automaticamente sinonimo di essere avvocato, magistrato o notaio; era uomo di potere, punto e basta, ma questi sono dettagli – avesse in alcun modo ‘onorato’ il nostro Paese nei modi indicati. Tant’è: l’inquilino del Quirinale si serve di questa nomina come grimaldello per forzare la situazione politica e imporlo, in ossequio ai diktat europei e al diavolo il responso elettorale (opposizione inclusa: che, per come si comporterà, se lo sarà meritato). Votino meglio la prossima volta.
Ognuno pensi quello che vuole degli esiti dell’esecutivo guidato da Mario Monti: rimane lo stimma imperdonabile, che non può essere imputato a lui, bensì a tutti i parlamentari di sinistra o asseritamente sostenitori della Costituzione che parteciparono in massa al voto (e di questo prima o poi dovranno essere chiamati a rispondere), una vergogna epocale per la Sinistra, dell’introduzione anno 2012 nella Carta Costituzionale del vincolo del pareggio di bilancio – articolo 81. Suonarono vuote le voci che contestarono una simile operazione: è un dato di fatto che un qualunque candidato all’esame di Diritto Costituzionale che si sognasse di sostenere l’esistenza di un qualsivoglia punto di raccordo fra un tale dettato puramente economico e la Costituzione della Repubblica Italiana, verrebbe cacciato e invitato a ripresentarsi alla sessione successiva con un minimo di lucidità in più.

Difficile immaginare qualcosa di meglio, se la guida politica è affidata a Bersani o D’Alema. Dalle ‘primarie’ del Partito Democratico – neanche sono capaci di farle come dovrebbero essere fatte, posto che potessero accordarsi con la politica italiana – spunta Matteo Renzi. Quale sia stato il suo contributo, unitamente alla squadra di ragazzini, dilettanti della politica allo sbaraglio, è noto a chiunque voglia vedere e constatare: attacco frontale al sindacato, unità d’intenti con la peggiore imprenditoria nazionale, assalto all’articolo 18, leggi sul lavoro che dovrebbero svergognare chi solo le pensasse, chiacchiere fra un gelato, un giubbotto di pelle in televisione e maniche di camicia tirate su, dichiarazioni roboanti. Era destinato a vita politica breve, non avendo il pelo sullo stomaco di Berlusconi, né la sua capacità di raccontare balle: là dove il pregiudicato piduista aveva l’intento e la grande capacità di tenere insieme (per lui un comunista morto è un cliente in meno: meglio tenerlo in vita e parlarne male, per poi convincerlo al sottocosto al supermercato o l’offerta del decoder nuovo), il ragazzotto che credeva di avere un esercito alle spalle era e rimane un divisivo, dunque portato all’isolamento e a ipotizzare rivincite – non considerava che gli italiani perdonano a lungo, ma appena viene meno la convenienza girano le spalle con facilità. Come lo straricco  spende e spande sorrisi e ammiccamenti, celandovi dietro, però, la stoccata. E’ rancoroso e vendicativo – nonché, come non pochi toscani, avvezzo a praticare il sarcasmo ma incapace di sopportarlo – e dunque gli dice male, come a tutti coloro che si fanno strada accumulando più nemici che amici. Chi si circonda di tanti Antonio, poi non si lagni dei Bruto e Cassio di turno.
Tenta un colpo a effetto con una tragicomica bozza di riforma costituzionale. Con tutte le urgenze e le necessità di cui abbisogna il Paese, tiene bloccato per quasi un anno il Parlamento su una vera e propria porcheria e sbraca talmente da riuscire a perdere un referendum da egli stesso voluto (non s’era mai visto che fosse indetta una consultazione popolare da chi aveva ottenuto la riforma con voto di fiducia, ma in Italia non ci si annoia mai). Finisce che i NO incredibilmente superano i SI’ – e si dica, a onor del vero, che gli italiani erano consapevoli e bene informati sul portato di una tale riforma, quanto lo erano gli inglesi sulla Brexit, cioè qualcosa appena al di sopra dello zero virgola, ma nel caso italiano il tutto era dovuto alla scrittura demenziale che componeva la cosiddetta riforma. Nel frattempo, vale a dire più o meno dal 2007, un comico teatrale e televisivo era riuscito a realizzare qualcosa di impensabile: compattare intorno a un movimento, milioni di voti. Non va per il sottile sulla loro provenienza, né se ne preoccupano i suoi accoliti: è un personale pre-politico che da anni si ciba si sciocchezze quali il mantra per il quale non ci sono più né destra né sinistra. Se quelli di prima erano dilettanti allo sbaraglio, questi sono grosso modo ignoranti, comunque puntati verso lo stesso sbaraglio ma, approfittando di congiunzioni elettorali che difficilmente si ripeteranno in futuro, stravincono le elezioni del marzo 2018 e, essendo per l’appunto ignoranti, riescono a farsi governare da un ducetto capace, è pur vero, di resuscitare un partito che galleggiava sul 3%, ma che in fin dei conti aveva raccolto la metà dei voti del composito e confuso movimento.
Ne sortisce un governo a più teste: di avere portato al potere la peggiore destra è responsabilità che grava sui movimentisti; non meno responsabili di loro, quelli del PD – e intendo l’intero PD, perché ancora una volta, nella migliore tradizione del PCI, è mancato il coraggio a tutti. Per alcune settimane dopo le elezioni appare ancora eterodiretto da Renzi. Il divieto di intavolare una forma di trattativa, anche abbozzata, con un movimento che porta con sé milioni di voti di scontenti del centrosinistra – un tesoro da recuperare al più presto, ma ci vorrebbero sapienza e capacità politica, merce rara – sarebbe da considerarsi un gravissimo errore, se non allignasse il sospetto di qualche manovra dietro le quinte. A ogni modo, come ogni esecutivo che si rispetti, quello che giura a Mattarella elargisce promesse; non ne metterà in pratica più che un paio, ma questo non pare preoccupare né loro né chi vi si oppone: un Paese che ha passato un trentennio di rincoglionimento televisivo – non ci stancheremo mai di insistere sul fatto che la campagna elettorale di Berlusconi, è iniziata con la prima puntata di ‘Dallas’: correva il 1980 – è più rassegnato che esigente.
Governeranno poco e male e sarà un disastro per il Paese: oppure governeranno a lungo e male: sarà ugualmente un disastro, ma con un’agonia più lunga. Sperare in un soggetto politico di Sinistra è pur sempre un dovere e per la verità qualche nome c’è e qualche idea: ma dovrà essere transazionale e, si tratta di affermazione fuori discussione, senza NESSUNO di coloro che hanno costituito il personale politico degli ultimi decenni. Diversamente, il resto e il seguito saranno solo accademia.

Cesare Stradaioli

QUELLO CHE RESTA E IL CAVALLO DI BRECHT

Un pomeriggio, nel cortile della casa comunale, a ricordare L.Z., un’anziana compagna che se n’è andata. Partecipo malvolentieri alle onoranze funebri: fra le altre cose (per qualche misteriosa ragione, fa sempre freddo: anche in piena estate) si deve fare conto di ritrovare persone che non si vedono da lungo tempo – e ci sarà un motivo – con le quali si scambia reciproco impegno, che quasi mai sarà mantenuto, di riprendere la passata frequentazione. Preferisco il cordoglio solitario: più adatto a pensare alla persona che non c’è più e a caricarci di una bella e meritata dose di rimproveri per non essersi curati di lei quanto dovuto. Il tempo ci sfugge e non di rado lo lasciamo andare.
Tuttavia, al di là degli interventi, dei ricordi e delle canzoni, alle volte fa bene esserci. Ricordare fa sempre bene e tenere a mente quanto è stato conquistato e come vada mantenuto, fa anche meglio.
Viviamo in tempi bui” è un’osservazione a serio rischio di banalità; non fosse altro in ragione del fatto che pressoché ogni generazione ha avvertito, in larghe parti dei propri componenti, un senso di smarrimento causato dai cambiamenti che fatalmente ogni epoca vive. Denunciare la cupezza dei tempi può anche essere un’ottima scusa per correre ai ripari, mentalmente e materialmente, chiudendosi all’interno di quattro mura per non dover vivere l’angoscia del buio esterno.
D’altro canto, se uno riflette in piena onestà intellettuale e seriamente ritiene che il tempo che gli è dato di vivere sia buio, ebbene che lo dica, a se stesso e soprattutto agli altri: si provveda, insomma, a tenere accesa una fiamma e, possibilmente, ad alimentarne quante più numerose possibile. Quello che resta di una vita che L.Z. ha interamente speso, fin da ragazza, per la causa dell’uguaglianza, della solidarietà, dell’internazionalismo e dell’umanità (e ancora poche settimane or sono, se ne andava in non buona salute per classi scolastiche a parlare di quella Resistenza che aveva vissuto in primissima persona), è quello che è stato detto nella cerimonia di commiato. In realtà, a ben guardare, si tratta di concetti piuttosto semplici (non facili, attenzione), sol che si abbia a mente una considerazione piuttosto elementare: per qualcuno, la lotta di classe non è affatto finita e non pochi (anzi: direi la maggioranza di costoro) si trovano dall’altra parte. Perché c’è sempre, un’altra parte: solo che, nell’immaginario distratto di questi tempi (che, forse, più che bui sono allucinati e sovraesposti alla luce dei led), il concetto di classe e di una qualsiasi attività tesa ad affrancare una classe sociale dalla miseria morale e culturale, viene sistemato, come un bel libro in una biblioteca di legno odoroso ed elegante, sempre a sinistra. Da tempo ci dovremmo essere resi conto che la lotta di classe oggi viene praticata sui fogli della Confindustria e della grande finanza, in terreni nei quali il sindacato non è neppure invitato a prendere un caffè.
Le conquiste non sono eterne. Vanno considerate come situazioni dotate di scadenza, come lo yogurt e, pertanto, a tempo debito e con sollecitudine, rinnovate e rinfrescate. Il messaggio che rimane, che sopravvive in terra alla compagna che ci ha lasciato, non è altro che l’esortazione a vigilare, a tenere d’occhio sempre quelle date di scadenza, avendo ben chiaro nella propria coscienza (e, vorrei dire, anche in un minimo sindacale di esperienza di vita) che, se dalla nostra parte qualcuno dorme sugli allori, possiamo e dobbiamo stare certi che di là non dorme nessuno e che, per ogni conquista strappata a forza di lotte e di mobilitazione, qualcuno, dall’altra parte, se l’è legata al dito e non dimentica. Non sono necessari fiuto e sensibilità particolari: basta guardarsi intorno a naso in alto. Le politiche apertamente reazionarie (in Italia i conservatori si contano sulle dita di una mano e magari ce ne fossero in maggior numero: si potrebbe anche discuterci insieme), gli eterni ritorni a discorsi, frasi, orientamenti politici, apertamente oscurantisti, le tentazioni restauratrici, che più che tentazioni sono veri e propri programmi – basti, uno per tutti, l’esempio della 194 – non vengono manifestati invano, bensì con la certezza quasi assoluta di trovare un terreno fertile, tanto è il letame che viene sparso nelle nostre strade e nelle nostre vite. Che ci sia bisogno che un oscuro magistrato, giudice specializzato in diritto del lavoro, intervenga in un programma radiofonico, nel corso di una trasmissione in cui si parla di costo del lavoro con la beota leggerezza tipica di chi un attimo dopo può parlare del Festival di Sanremo (e meno male che si tratta di un canale Rai considerato di sinistra!), a dire – a ricordare – che per forza di cose il lavoro è una materia particolare, dove non può esserci uguaglianza fra chi presta il lavoro e chi lo retribuisce, in quanto l’ossessiva ripetizione del concetto di lavoro nella nostra Costituzione, necessariamente marca questo squilibrio che deve essere a vantaggio del lavoratore, è la dimostrazione di come, erosione dopo erosione, ruggine dopo ruggine, tarlo dopo tarlo, i valori stessi dei rapporti umani siano degenerati nella miseria e nell’ignoranza più crasse e mortificanti.
Quel magistrato ci parla di una cosa che dovrebbe essere ovvia e che, per contro, ovvia non è: anzi, diventa materia oscura, poco comprensibile, ostile.
Tempo fa mi capitò di vedere un servizio televisivo sulla strage alla stazione di Bologna. Fra gli altri episodi di umanità assortita, quello di alcuni feriti che, aggirandosi verso gli edifici prospicenti smarriti, stracciati e verosimilmente rintronati dall’esplosione, vengono fatti entrare in un grande magazzino il cui gestore (neanche proprietario) provvede a fornire loro scarpe, pantaloni e una camicia, insomma qualcosa da mettersi addosso. Non era richiesto alcun pagamento. Un’altra Italia, fu detto. Non sono passati neanche quarant’anni. Se devo dirla tutta, credo che dal dopoguerra in poi, le conquiste siano state di valore, ma poche. Potevano e dovevano essere di più. E, tuttavia, anche queste non tante (insomma, in Serbia c’è una presidente donna e omosessuale: fa quasi tenerezza pensare quanto lunare una simile cosa sarebbe da noi), devono essere difese, rinforzate, anche perché in non pochi casi sono larghe fasce di popolazione che ne ha beneficiato, quelle che più le ignorano, le abbandonano, se non gli si rivoltano contro, per seguire questo o quel pifferaio che, malgrado i disastri umani e materiali siano sotto gli occhi di tutti, ancora insiste a blaterare di libertà, libero mercato, privatizzazioni, interessi particolari, non c’è alternativa e immondizia del genere.
Come il cavallo di Bertolt Brecht, non appena la conquista invecchia e cede, se ne cibano invece di rinnovarla, di crescerne un’altra in modo da continuare a mantenere quallo che è stato ottenuto con anni di lotte e sacrifici. Il drammaturgo e poeta tedesco ne scriveva 90 anni fa, e questo può sembrare un’enormità, risibile e fuori tempo massimo: se non che, siccome viviamo in un eterno giro di lancette che qualcuno si ostina a riportare sempre indietro, ci tocca di farci nuovamente i conti. Curare, vigilare, preservare quello che si ha, senza imbalsamarlo, ed evitare che finisca mangiato, divorato da una società che, come diceva quello, mangia sabbia perché non gli viene offerto altro che sabbia.

Poiché ero appena cascato – il cocchiere era corso al telefono –
e dalle case si precipitavano uomini famelici a conquistarsi una libbra di carne:
mi strappavano via con i coltelli la carne dalle ossa,
eppure ero ancora vivo e non avevo finito di morire.

Ma la conoscevo da prima, io, quella gente! Erano loro a portarmi
cappucci contro le mosche,

a regalarmi pane secco, a raccomandare al mio cocchiere
di trattarmi bene!

Tanto gentili una volta e ora tanto ostili! Tutt’a un tratto, come cambiati!
Ma che gli sarà successo? Allora mi sono chiesto: che gelo
su questa gente deve essere calato!
Chi sarà che così li percuote e sempre più li fa
irrigiditi di gelo?

E aiutateli, allora! E fatelo in fretta!
O qualche cosa vi capiterà
che non ritenete neanche possibile!

 

Cesare Stradaioli

QUALE FASCISMO

Neppure io vedevo i morti ammazzati per le strade, i regolamenti di conti, le autobomba sottocasa dei magistrati o lungo il Raccordo Anulare, come esigeva un paio di anni fa Giuliano Ferrara, per potersi convincere che a Roma ci fosse la mafia. Eppure, mi pareva (e sono rimasto di questa opinione) di poter dire che nella capitale, come in altre parti d’Italia al di fuori della Sicilia, la presenza mafiosa fosse e sia consistente. Soprattutto nei gangli del potere, direi. Temo che la pretesa di Ferrara rimanesse – tutt’ora: in lui e in molti come lui – legata a una visione anacronistica del fenomeno mafioso; probabilmente connessa con esercizi di violenza e sopraffazione, espliciti per quanto pienamente visibili, che ne darebbero la colorita adeguata alla qualifica di ‘mafiosi’. Credo che gli onesti si sbaglino: e che quelli che onesti non sono, ci giochino sopra. In maniera alquanto sporca, aggiungerei.
Al netto dei risvolti tardoromantici di certe rappresentazioni, la mafia italoamericana descritta da Mario Puzo nel romanzo che poi dette il nome anche alla seria diretta da Coppola, viene rappresentata, nei momenti anche visivamente più spettacolari (ma quelli descritti su pagina, in certi momenti non lo sono di meno) nel diretto esercizio di violenza brutale e definitiva. Ma questo, nella narrazione come i diversi fatti realmente accaduti e documentati, solo quanto viene rotto un determinato equilibrio: nel caso de “Il Padrino”, con l’attentato non riuscito alla vita di don Corleone. Continua a leggere »