Cesare Stradaioli sull’euro

Si può dire che non passi settimana senza che Paul Krugman spari la sua consueta bordata a palle incatenate e ad alzo zero contro la moneta unica e i suoi ideatori e promotori. Ormai l’euro pare essere scaricato da quasi tutti: sulla stampa, in parte anche quella specializzata, viene trattato come un parente importuno del quale, però, liberarsi è impossibile e tocca sopportarlo quando occupa il bagno, detiene il telecomando dell’unica tv di casa o quando, più frequentemente, affligge la famiglia con le sua innumerevoli magagne. E’ partito il ballo mascherato delle celebrità, nel corso del quale lo scaricabarile vedrà il palleggiarsi le responsabilità – vere e presunte – dei danni provocati da questa valuta realmente non amata da nessuno.

Krugman, come sanno anche i sassi, è stato insignito del Premio Nobel per l’Economia – che ogni anno viene invariabilmente dato a un americano, più o meno con gli stessi criteri con i quali potrebbe essere assegnato il Nobel al miglior gondoliere, il quale può essere di qualsiasi nazionalità purché si chiami Sambo, Vianello o Scarpa e sia veneziano di Cannaregio da quattro generazioni. E’ molto simpatico, affabile, inesorabilmente piacione (fino qualche anno fa, assomigliava a George Clooney, il che non guasta MAI); a dire il vero, i suoi articoli sono, come dire, spigliati, anche un po’ troppo, molto easy, scorrevoli, starei per dire atletici, il che pare che presti il fianco a più di una critica in punto di precisione, serietà nei giudizi e attendibilità nelle cose di cui scrive e che afferma in maniera alquanto diretta.

Per sovrappiù, ma è una cosa che chi scrive condivide con una conventicola di fanatici scelti, è per l’appunto americano e va detto che ogni qual volta un politico o un economista USA prende la parola, specie quando si esprime a favore di questo o quel popolo, la mano corre verso la Colt (tipico dei fanatici il rifarsi a cose, gesti o abitudini di chi si detesta). Per principio e per riflesso condizionato.

Detto tutto ciò e fatta alla pubblicistica del Nostro la dovuta tara, operazione che, però, andrebbe demandata a chi ne capisca veramente a fondo di economia e finanza, bisogna dire che a confutazione delle sue affermazioni vieppiù critiche sulla moneta unica europea e sui rappresentanti politici del vecchio continente, non si alza una sola voce che non sia la boiata del giorno quale – per dirne una – “il ritorno alla lira anzitutto comporterebbe per noi importatori di energia il triplicarsi del prezzo della benzina, dato che dovremmo comprare con una moneta debole le materie prime.” (per piacere nessuno dica che la benzina NON è una materia prima, era una sorpresa che avevo pensato di tenere per la fine dell’articolo…).

Battute a parte, quella delle materie prime è, se non altro, un’idea, un abbozzo di argomento, che giustamente nasce morto ma che se non altro è un tentativo: a parte questa e poche altre stupidate, si tratta di risposte standard che, per solito, nel corso della Storia vengono riservate a chi metta in discussione un dogma. Che si trattasse della concezione tolemaica del cosmo, della verginità della Madonna o, in tempi purtroppo ancora contemporanei, del fatto che gli zingari rapiscono i bambini, la risposta di fondo è il rifiuto più assoluto e totale a solamente mettere in discussione il dogma stesso. Quando non vi si accompagna l’accusa di essere contro l’Europa – che è lo stigma della moderna apostasia.

Detta in breve: l’impressione è quella di un ceto politico che sta lasciando andare la barca. Non volendo o, più verosimilmente, non essendo in grado di portarla, di distinguere la poppa dalla prua e di leggere una carta nautica. L’impressione è anche quella di una lentissima morte (Alberto Bagnai è, verso l’euro, fra i più misericordiosi, assegnandogli un’aspettativa di vita che potrebbe forse arrivare non oltre il 2022, cioè praticamente dopodomani).

L’impressione è infine quella di una specie di rassegnazione, fra una sciarada e una pagliacciata al vertice come quella invereconda ammuina sulla Grecia, che sembrano messe in scena fatte per sfamare i media, spaventare il cittadino europeo – ma non troppo, che quelli del sud tendono a incazzarsi – e nascondere ben altri disegni che sembrano di stampo economico e finanziario ma che, in realtà, come diceva il barbuto che sta sepolto a Highgate, niente altro che politica sono, giocata con altri, più infami mezzi.

Come la nave di Giorgio Gaber, l’euro non sa dove va ma continua ad andare, parrebbe verso una morte che viene accompagnata da rassegnazione e a questo punto bisogna pensare che gli scarsi commenti in sua difesa siano frutto di questa rassegnazione.

Finirà che non sarà rimpianto da nessuno: ma la cosa non induce a considerazioni piacevoli perché se anche questa parabola finirà come dicono appunto Krugman, Stiglitz o Bagnai, essa porterà a uno spaventoso trauma sociale, le cui conseguenze andranno, come stanno già andando adesso, tutte sul conto di lavoratori, pensionati, giovani, donne: i soliti, insomma, che si troveranno a provare a ricostruire e recuperare un welfare, un sistema di diritti e di tutele del lavoro, una scuola degna di questo nome. Un massacro.

Qualcuno prima o poi dovrà essere chiamato a rispondere della tragedia della moneta unica, del fallimento del concetto di Europa, delle bugie e delle mistificazioni mascherate da follia (il disegno è preciso; non va ascoltato chi parla di errori: questa gente non sbaglia mai) che tengono in vita un organismo che di vivere non merita – non meritava neanche di nascere, se è per questo. E la sinistra europea non si sogni di chiamarsi fuori, perché se è vero che in milioni, all’indomani del risultato del referendum greco, abbiamo visto quanto avesse ragione il Presidente Mao a dire che l’imperialismo (la finanza, in quel caso) è una tigre di carta, coloro che sarebbero chiamati a intrappolarla per impedirle di causare morti e invalidi si vestono come Stanlio e Ollio e portano armi della stessa materia di cui la tigre stessa è fatta.

alessandra rampazzo

Anch’io ho conosciuto Filippo In Australia. O meglio, ho conosciuto Filippo e Silvana, perchè per me non ci sarà mai Silvana senza Filippo o Filippo senza Silvana. Anch’io , come Luca, sono stata “adottata” dal momento in cui ,sconosciuta collega  piene di valigie , sono atterrata ad Adelaide e Filippo e SIlvana erano là ad aspettarmi a casa loro.Mi hanno ospitato,anche quando gli originali pochi giorni iniziali sono diventati più di un mese; mi hanno invitato a tt le loro cene e i loro pranzi; mi hanno fatto conoscere i loro amici, che sono diventati i miei ( ciao luca, baci); mi hanno scorazzato in giro per i dintorni di Adelaide a vedere splendidi paesaggi e parchi naturalistici.E’ stato Filippo a portarmi al primo  wildlife centre ad abbracciare il  koala x la classica foto ricordo, a mostrarmi i primi canguri allo stato libero e  a parlarmi di tt le specie di papagallini che cantavano nei parchi cittadini!
Credo che nessuno abbia spiazzato Filippo in campo gastronomico quanto me: mangiavo solo verdure il più dei pranzi e delle cene , cosa di cui non è mai riuscito a capacitarsi, e non sapevo cucinare un ragù o un arrosto alla bella età di 34 anni ! Infatti, quando un paio d’anni dopo , mi son iniziata a quelle nobili arti , è a lui che ho mentalmente dedicato il primo che ho prodotto.
I ricordi si affollano e sono tantissimi ,a partire dalla prima serata dopo il mio arrivo, quando mi hanno portata a vedere la proiezione che Silvana aveva organizzato di “Il pianista sull’oceano”, facendomi commuovere fino alle lacrime, all’ultimo saluto sul volo dicembrino di rientro in Italia, quando un upgrade molto gradito li aveva portati a godere i piccoli piaceri della business class .  Anzi,  grazie Luca, che hai rportato alla  mia mente la cena con tutti i consoli e sotto consoli e Filippo impassibile  e a proprio agio , che discuteva tranquillo di tutto con tutti , con i pantaloni proprio come li hai descritti tu!

Filippo e Silvana sono stati HOME TO ME IN ADELAIDE,   perchè erano/sono maestri in un’arte che si sta perdendo, quella dell’OSPITALITA’. Mentre ogni anno che passa, sembra che diventiamo sempre un pò più sospettosi, meno solidali  e più chiusi , la mia mente va a loro due, che aprivano, anzi sbalancavano, le loro porte a chiunque , con spontaneità e naturalezza, certi che non ne sarebbe seguito un disturbo, ma un arricchimento e un amico/a in più.
con tanto affetto e gratitudine  Alessandra

In ricordo di Beniamino Lami

Con Beniamino Lami se ne va una figura centrale della CGIL e del sindacato italiano.
Nel 1980 è segretario generale della CGIL a Pinerolo.
Successivamente diventa segretario regionale CGIL Scuola in Piemonte e poi fa parte della segreteria provinciale torinese.
A maggio 1998 prende il posto di Filippo Ottone e diventa segretario nazionale della CGIL Scuola che nel 2006 si unifica con lo SNUR e costituisce la Federazione Lavoratori della Conoscenza (FLC), occupandosi principalmente di previdenza e welfare.
Nel 2010 viene nominato segretario nazionale del Sindacato Pensionati Italiani, all’interno del quale svolge attività attinente all’Area benessere e diritti, nell’ambito di politiche di formazione sindacale, alfabetizzazione migranti, rapporti con l’università della Terza Età, politiche ambientali e abitative ed rapporti con il Sunia.
Il sito degli amici di Filippo, il quale aveva da sempre con Beniamino Lami uno stretto rapporto di comunanza politica e di amicizia, ricorda una eminente figura di sindacalista e di cittadino impegnato nel sociale, nel campo dei diritti dei lavoratori e dei pensionati e della concreta pratica e applicazione di un vero e più che mai attuale concetto di solidarietà, umana e politica.

“Nun cell’ho cottè…”

Peter Schneider è quello che un tempo si definiva ‘un sincero democratico’.

Il termine, in certi momenti, poteva suonare perfino irridente e, per chi non lo ricordasse, indicava una brava persona, uno rispettoso della democrazia, ragionevolmente antifascista, quel tanto di terzomondismo che non guastava mai. Un po’ di tutto e quanto basta, come dicevano le nostre nonne riguardo alle ricette.

Schneider, peraltro, è uno che ci ha anche messo la faccia, come si dice, quando scrivere libri intitolati “Nemico della Costituzione”, non era proprio una passeggiata di salute e in quella Germania che qualcuno rimpiange – quella del Berufsverbot, tanto per rinfrescare la memoria – poteva significare essere additati a sovversivi. Capitò a Heinrich Boll e perfino a Gunther Grass. Toccò anche a lui.

Proprio in ragione della firma e del personaggio che rappresenta, l’articolo che compare oggi su Repubblica, descrive qualcosa di preoccupante: per quello cui appena accenna e per quello che fa tornare in mente. Schneider prende le distanze dalla sua cancelliera in modo piuttosto evidente e tuttavia non è questo quello che preme osservare.

Da viaggiatore del mondo, e in particolare dell’Italia, egli nota come gli ammonimenti e le considerazioni socioeconomiche di studiosi e premi Nobel come Joseph Stiglitz, Paul Krugman o Thomas Picketty, siano pressoché ignorati nel suo Paese. “Nemmeno risposte di disaccordo, silenzio totale.” Nella migliore delle ipotesi, avvertimenti o argomentazioni del tutto sottovalutati, in un Paese occidentale, dove vige o dovrebbe vigere la libertà di stampa, nel Paese di Goethe e di Hegel, dove la libera circolazione delle idee e lo scambio di opinioni (che in un buona parte di esso, per decenni, sono stati confiscati) hanno o dovrebbero avere un posto preminente nella dinamica sociale.

Invece, stando a Peter Schneider, argomenti così fondamentali per il popolo tedesco, visto il ruolo economico e, di fatto, politico che sta giocando la Germania, temi quali la moneta unica, l’area economica europea, la solidarietà, lo stesso concetto di Europa, sono sconosciuti, neanche discussi se non in termini di bilancio, dare e avere, debiti e crediti. I cittadini tedeschi, in proposito, nulla sanno.

Non l’abbiamo già sentita, in passato, questa storia?

Ora, guai a fare per forza di cose una sorta di automatica equiparazione con il famigerato ‘io non potevo sapere’, riguardo ai campi di sterminio ai quali erano destinati i treni carichi di coloro che poi formarono la conta dell’Olocausto, treni che non viaggiavano di notte e certo non in incognito, o alla lenta e inesorabile discesa agli inferi dell’antisemitismo dei volenterosi carnefici di Hitler, percorsa nell’indifferenza più totale dalla stragrande parte del popolo tedesco, ma d’altra parte non si può rimanere impassibili di fronte a quello che scrive uno che, per l’appunto, è un vero sincero democratico, che non ha avuto timore di prendere per il bavero il proprio governo e il modo di pensare del suo popolo.

I tedeschi non ne sanno niente? Come non sanno che, alla fine del secondo conflitto mondiale, il loro sconfinato debito di guerra è stato azzerato, al fine di consentire la rinascita economica, civile e sociale di un Paese distrutto? Da una guerra – bisogna dirlo – voluta praticamente da tutti i tedeschi? Se lo sono mai chiesto, chi e cosas l’ha reso possibile e perché proprio a loro? Come non sapevano che per decenni la Germania è stata il più Paese europeo più ferocemente inquinatore? Qualcuno di loro, a parte un paio di milioni di Verdi, si sono fatti qualche domanda su intere foreste devastate dalle piogge acide? Come non sanno che il costo finanziario della riunione delle due Germanie è stato pagato da tutta Europa? Se sono dati una spiegazione di come sia stato possibile equiparare, da un giorno all’altro, una valuta forte come il Marco della Germania Ovest e le banconote da Monopoli del Marco della DDR? Come non sanno che da anni, sistematicamente, la Germania viola il trattato secondo il quale ogni Paese dell’UE non può superare il proprio avanzo di bilancio in positivo per quanto riguarda le esportazioni del 6% il che, molto ma molto più in grande, assomiglia al superamento delle quote latte prescritte a ogni Stato dall’Europa?

Il tutto ci porta a una inevitabile conclusione: i tedeschi credono ciecamente nei loro rappresentanti politici. Da sempre, da che esiste il concetto di Nazione Germanica. Cioè a dire: io vi voto e poi fate voi. Che è, più o meno, luna delle immonde conseguenze del sistema maggioritario: io mi esprimo con il voto e poi lasciatemi in pace, fate quello che volete, fate quello per cui vi ho votato e non mi scocciate che ho altro da fare nella vita che occuparmi di politica a tempo pieno: e giù con le percentuali di partecipazione al voto in discesa libera e senza casco.

Non è il caso di prendersela con Angela Merkel o con Wolfgang Scheuble – il quale, opinione raccolta qui e là, malgrado la propria disabilità riesce a suscitare più antipatia che compassione, e ci sarà un motivo: fanno il loro mestiere di democristiani, liberisti accaniti nonché tenaci protestanti per i quali il debito è colpa e prima della solidarietà arrivano i conti in ordine. Non sono loro, né il governatore della Bundesbank né altri, i veri responsabili del tentativo di umiliare la Grecia e la democrazia: sono i cittadini tedeschi, che ragionano come se al mondo ci fossero solo loro (tranne quando si tratta di vendere, nel qual caso si degnano di considerare anche gli altri, ma solo come clienti) e che sembrano ignorare le ragioni altrui e quelle della Storia.

Se la situazione non fosse tragica, si potrebbe anche metterla in battuta – e, magari, non farebbe neanche male – e dire, parafrasando Petrolini, che uno non è che ce l’ha con la Merkel o con Scheuble, quanto piuttosto con i loro elettori che non li buttano de sotto, invece di continuare votarli. Ci sarà un motivo anche per questo.

Cesare Stradaioli

Alberto Andrioli in merito all’articolo di Elena Cattaneo – repubblica

Qualche considerazione sugli ogm in agricoltura

 

Per chi si occupa di agricoltura per lavoro, come il sottoscritto, la questione degli organismi geneticamente modificati, gli ogm, è pane quotidiano da circa 20 anni, ma la maggior parte dell’opinione pubblica questa parola ha cominciato a sentirla o leggerla solo da pochi anni, quasi sempre con una connotazione negativa e associata a locuzioni quali «cibo Frankenstein» o simili.

Il mondo politico, in particolare, si è distinto in questo campo, trasformando una questione che è innanzi tutto scientifica in esclusivamente ideologica.

Proprio per questo, prima di entrare nel discorso tecnico è meglio chiarire subito la mia posizione: non sono un fanatico degli ogm, che non sono certo la panacea di tutti i mali; ritengo che come qualunque ritrovato della scienza possa essere utile oppure no secondo i casi, ma ritengo pure che per parlarne bisognerebbe saperne qualcosa. Il che, purtroppo, non accade spesso.

Dal 1996, quando vennero piantate le prime varietà geneticamente modificate, la crescita di questo tipo di coltivazione è stata continua: nel 2014 si è arrivati a circa 181 milioni di ettari in 28 Paesi del mondo, Usa e Brasile in testa, e 18 milioni di agricoltori coinvolti.

In Europa è permessa la coltivazione solo del mais Bt e di una varietà di patata da amido, ma in pratica solo la Spagna ha numeri significativi, circa 130 mila ettari di mais.

Attualmente nel mondo sono ogm il 68% del cotone, l’82% della soia, il 30% del mais e il 25% del colza. (www.isaaa.org)

In Italia, attualmente, è vietata la coltivazione di ogm, così come la sperimentazione in campo aperto (vietata da Pecoraro Scanio nel 2000). Il discorso cambia quando si parla di consumo: la vendita di prodotti che contengono ogm non è vietata, ma la loro presenza deve essere indicata in etichetta se supera lo 0,9%. Se però un animale viene nutrito con mangimi che contengono ogm la cosa non viene indicata sull’etichetta di carne, latte, formaggi, prosciutti e altri derivati.

Poiché l’Italia importa la maggior parte di mais e soia destinata ai mangimi significa, in pratica, che da anni mangiamo cibi derivanti da ogm.

Fatti e bufale

Quelli esposti finora sono fatti. Poi ci sono le opinioni, tutte ovviamente lecite, se coltivare ogm sia utile oppure no. Tutte rispettabili purché non si fondino su falsità scientifiche o statistiche.

Di seguito elenco alcune delle bufale più gettonate.

° Gli ogm sono sterili per cui gli agricoltori sono costretti a ricomprare ogni anno i semi.

Qualunque seme ogm potrebbe essere riseminato ma, a parte i problemi di brevetto, questo non accade per diversi motivi. Per quanto riguarda il mais, per esempio, la spiegazione è semplice e riguarda anche il mais non ogm: al giorno d’ oggi qualunque agricoltore professionale usa semi ibridi, molto più produttivi, ma nessuno usa parte del raccolto per seminarlo l’anno successivo perché il risultato in campo sarebbe molto inferiore. Si perde infatti quello che viene chiamato «vigore ibrido». Per quanto riguarda i semi non ibridi, anche non ogm, spesso si preferisce comunque comprare sementi selezionate e certificate per avere la garanzia di una produzione migliore. Questo accade da decenni, ben prima della comparsa degli ogm: l’Ense (Ente nazionale sementi elette) è nata nel 1954.

Chi fa questa affermazione (ad esempio il M5S) cade poi anche in una contraddizione logica: se gli ogm fossero sterili non ci sarebbe ovviamente alcun pericolo di contaminazione in campo.

° I contadini indiani si suicidano per colpa degli ogm.

Questa è la balla preferita di Vandana Shiva (che, nonostante quello che spesso si legge non ha MAI VINTO IL PREMIO NOBEL). Peccato che sia smentita da tutte le statistiche ufficiali, le stesse da cui lei prende il dato che le fa comodo (15.000 suicidi l’anno) dimenticando di osservare che la percentuale era la stessa, anzi un po’ più alta, già a fine anni 90, quando il Governo indiano ha cominciato questo genere di rilevazione, mentre il cotone ogm hanno cominciato a coltivarlo nel 2002.

Del resto la stessa Panzana Shiva denunciava il fenomeno nel 1999 (Economic and Political Weekly March 6-13, 1999) e poi, cinicamente, ha cambiato versione per sostenere le sue tesi. Questa è solo una delle tante balle sulle quali la signora ha fondato le sue fortune mediatiche: una ciarlatana che, sull’ultimo Venerdì di Repubblica, Curzio Maltese (un altro che di questi argomenti non sa nulla…) definisce «una grande intellettuale».

° La fragola pesce.

Questa è la specialità di Mario Capanna e di Beppe Grillo. Quest’ultimo nei suoi spettacoli di qualche anno fa, visibili su youtube, impugnando sul palco un merluzzone andava urlando che 50 giovani sono morti perché, allergici al pesce, avevano mangiato fragole modificate geneticamente con un gene di merluzzo per resistere al freddo. Peccato che questa fragola non sia mai stata prodotta, né brevettata, né seminata, né tantomeno mangiata. E non più tardi di un mese fa, a un corso di aggiornamento per giornalisti, il «docente» (giornalista de La Stampa) l’ha spacciata per vera.

° Gli ogm ci rendono schiavi delle multinazionali.

Io ho sempre odiato le multinazionali però… Premesso che i brevetti scadono dopo 20 anni, la stragrande maggioranza dei semi che gli agricoltori comprano, ogm o no (parliamo di grandi colture ma anche di orticole) sono prodotti dalle multinazionali e d’altra parte se continuiamo a bloccare la ricerca italiana quale sarebbe l’alternativa? Prima di Pecoraro la ricerca pubblica italiana era all’avanguardia.

E perché nessuno chiede la messa al bando delle mele PinkLady (e altre varietà club), che non sono ogm ma sono però coperte da un brevetto molto più pesante?

Se nel mio campetto voglio seminare qualche vecchia varietà che rende un decimo di quelle recenti posso ovviamente farlo, ma se con quello che ricavo dai miei campi ci devo vivere la questione cambia.

Quando personaggi come Carlin Petrini, per molti versi stimabili, vagheggiano l’agricoltura di una volta, famigliare e atecnologica, come un eden da recuperare, parlano di un’epoca felice che non è mai esistita.

L’elenco potrebbe essere molto più lungo e, se a qualcuno interessa, il dibattito può continuare.

 

 

alberto andrioli

Non ho le competenze necessarie per valutare se Varoufakis sia uno in gamba o semplicemente un cazzone. Mi limito perciò a osservare che tutta la disistima che i colleghi europei gli dimostrano non è stata invece attribuita ai suoi predecessori, in particolare al ministro dell’economia del governo di Kōstas Karamanlīs, cioè quello che ha materialmente taroccato i conti, prendendo tutti per il culo.
Misteri dell’economia ai massimi livelli.
Alberto

maria spampinato e maurizio venasco

Cara Silvana, Maria ed io Vi abbiamo conosciuti nel lontano 2002, ad Adelaide, grazie ad Anna e Cesare.
Poi, una Pasqua trascorsa insieme a Torino, quasi cinque anni dopo.
Siamo grati della fortuna di averVi incontrati.
Custodiremo il ricordo prezioso di un Amico,  un Compagno tanto capace di gustare le cose semplici quanto attento, sagace, profetico nello sguardo rivolto alle grandi questioni.
Indimenticabile una battuta di Filippo (alla quale, oggi, la memoria torna non senza un pizzico di mestizia):
“We are born to die…but not today.”
Ciao!

cesare stradaioli

All’urtimo

 

… come dicono a Roma.

L’unico aspetto positivo, se così si può dire, di una stampa allineata è che al di là dei singoli e diversi titoli, letto un articolo – di quasi qualsiasi testata – li hai letti tutti. Si risparmia tempo. Che gentili, pensano anche alle nostre esigenze nel quotidiano. E mica si può perdere tempo a leggere tutto, no? Provo a spiegarmi.

Oggetto: Grecia. Argomenti: il debito pubblico, quello privato; le esigenze dei creditori; le ragioni del presente governo e di quelli passati; cosa significa un trattato europeo; il valore della moneta unica; il mercato, le esigenze dei mercati, del mondo finanziario; il significato della cosiddetta ‘cessione di sovranità’ e la prevalenza delle esigenze dei mercati, finanziari e non.

Tutto molto bello, come diceva il grande Bruno Pizzul.

E tutto molto omologato, specialmente il finale, dal romano moderno a quello antico: in cauda venenum, cioè a dire, all’ultimo, al di là di dotte e più o meno neutrali discussioni intorno ai suddetti argomenti, prima o poi, alla fine di ogni articolo, di ogni intervista, di ogni inchiesta, arriva il vero argomento, quello che davvero interessa a chi comanda oggi nei due rispettivi lati dell’Atlantico, al di là e al di sopra di Atene e chissenefrega di come va a finire la Grecia, che ha un PIL trascurabile e che insomma dal punto di vista economico è quello che è. E il finale è: occhio che la Grecia chiede aiuto alla Russia di Putin.

Eccolo, il core del problema, come dicono gli analisti economici da tre palle a un soldo che non ne azzeccano una neanche col suggerimento (non trovate curiosa l’assonanza col core romanesco, il cuore del problema?): non è l’uscita dall’euro; non è che ne sarà dei poveri istituti bancari che saranno pagati in dracme; non è la catena che rischia di tirare giù anche gli altri Stati in difficoltà (e, a questo proposito, sia permesso un francesismo: PIIGS saranno le sorelle e le mamme vostre – lo dico ai geni che hanno inventato l’acronimo e a quelli che lo ripetono a voce e in stampa).

Niente di tutto questo. Il vero problema è che se la Grecia esce dall’euro e magari anche dalla UE, necessariamente dovrà ricorrere all’aiuto di qualcun altro e al momento, nello scacchiere mondiale, nessuno meglio della Russia di Putin, per disponibilità e allocazione, può offrire l’aiuto richiesto.

I soldi, Putin ce li ha eccome, anche se la flessione del prezzo del gas e del petrolio, la diminuzione dei consumi e l’embargo hanno inevitabilmente indebolito l’economia russa; una manina, gli oligarchi in casa e fuori la danno sempre. E, soldi a parte, ha un gran bisogno di tornare a contare qualcosa nella geopolitica di questi e dei prossimi decenni. Naturalmente nessuno dà niente per niente e non si vede per quale ragione Putin dovrebbe trasgredire da questa regola aurea dei rapporti umani, dal primo baratto in poi.

Questo preoccupa l’Europa e, prima di essa, il padrone, cioè l’inquilino pro tempore che sta alla Casa Bianca: quando e quanto chiederebbe la Russia in cambio di aiuti sotto forma di denaro ed energia. Il cosa, lo sanno anche i bambini delle materne: uno sbocco strategico che consenta di aprire una finestra e di rivedere il Mediterraneo.

Cesare Stradaioli

 

cesare stradaioli

Ho sempre pensato che se si vota vi sono pochissime chances di fare parte di un qualche cambiamento, e che se non si vota di chances non ve n’è alcuna.
Detto ciò, sono perfettamente d’accordo nel rilevare che oggi la democrazia rappresentativa presenta un deficit spaventoso: mi domando, però, perché votare per eleggere qualcuno no, e per i referendum invece forse o anche sì.
Dove sta la differenza, tenuto anche conto del fatto che nel nostro sistema un referendum può solo essere abrogativo?

pino casagrande

Infatti: la Serracchiani. Proprio ieri, dalla Gruber, (unica giornalista ammessa al circolo Bildeberg), tra le altre amenità relative alla quisquilia del voto di fiducia, ennesimo, dato per far passare la riforma della buona scuola, la Serracchiani cercava di replicare a Landini, che le rammentava che l’unica soddisfatta della “riforma” in questione fosse Confindustria, invece che i cittadini, gli insegnanti e gli studenti.
Confindustria, unico vero interlocutore, in merito, del PD.
La Serracchiani cincischiava giustificazioni su tale consenso di Confindustria.
Landini le chiedeva se non si preoccupasse, per il PD, della la perdita di consenso dovuta alle politiche effettuate.
Risposta: noi non ci preoccupiamo dei voti.
Landini non ci ha pensato, ma io si, che la risposta giusta sarebbe stata: non vi preoccupate dei voti? Voi non vi preoccupate di rappresentare gli elettori, i lavoratori, la sinistra! Ve ne fregate della rappresentanza e, soprattutto, della democrazia; a dispetto del nome, Partito Democratico.
Ma quale democratico: Renzi ha legiferato per oltre l’85% col voto di fiducia, e dato da persone che voterebbero di tutto pur di rimanere sullo scranno!
Confindustria ringrazia? Mi viene da chiedermi se lo faccia anche il circolo Bildeberg.
E, ora che ci penso, chissà perché, mi viene in mente la riunione esclusiva, avuta in luogo esclusivo ed aperto solo a ricchi industriali e finanzieri, con guardiani alla porta, avuta tra tali ricchi e prestigiosi personaggi e Renzi quando ancora non era stato nominato Presidente del Consiglio.