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IL LIBRO DEL MESE DI OTTOBRE consigliato dagli amici di Filippo

Cos’hanno a che vedere i passeri dalla corona bianca del Nord America con un’ipotesi oggetto di studi scientifici tesa alla creazione di un nuovo tipo di soldato? L’uso strategico del tempo di sonno. Quella particolare specie di volatili possiede la capacità di entrare in una vera e propria fase di sonno nel tempo di volo durante le lunghe migrazioni: è esattamente ciò che determinati esperimenti cercano di elaborare in modo tale da poterla introiettare in un essere umano che, durante una lunga fase di operazioni militari, possa essere capace di dormire a comando e rimanere sveglio per un lunghissimo tempo, il tutto senza mai smettere di essere ‘sul campo’.

In questo scritto, l’Autore punta la sua osservazione su una tendenza propria del capitalismo globalizzato la quale intende superare l’idea di indurre le persone a rimanere sveglie, per giungere piuttosto – e la differenza non è di poco conto – a ridurre il bisogno stesso del sonno. In pratica, secondo Jonathan Crary, essendo ormai già da tempo realtà consolidata il sistema di lavoro del mercato 24/7, è necessario che l’essere umano vi si adegui nel più breve tempo possibile.

Il titolo del libro è emblematico e la formula, come spesso avviene, è tutt’altro che casuale e volutamente studiata: perché, si chiede l’Autore, quello che passa lo slogan è 24/7 e non per esempio 24/365? Non sarebbe, in fondo la stessa cosa, cioè il tempo pieno dedicato al lavoro e alla produzione, ivi compreso se possibile il tempo del dormire?

Non è proprio così: 24/7, nell’essere un segmento ridotto rispetto all’intero anno della vita di una persona, è più immediato, più diretto e rende meglio l’idea di efficacia, di efficienza, di continua connessione con il mondo del lavoro. Con la baldanza da esortazione pubblicitaria, il 24/7 proclama l’offerta di una disponibilità assoluta e, di conseguenza, la creazione e la moltiplicazione di nuovo bisogni. Per questo il concetto di giorno/settimana è più invasivo, subito comprensibile e “smart” del tempo giorno/anno, troppo lungo, poco rapido, come troppo lunghe e poco rapide sono diventate le frasi con le quali gli esseri umani che comunicano via email o via sms, che preferiscono il messaggio veloce, asciugato di quante più vocali possibile, abbreviato e perciò stesso più facile e meno impegnativo, da elaborare e da comprendere.

Così, se l’accumulo degli oggetti in qualche modo ha fatto il proprio tempo, o comunque è giunto pericolosamente vicino alla saturazione, il nuovo e per certi versi ineludibile obbiettivo strategico del mercato globale è l’accumulo di servizi, di immagini, di nuove procedure di vita e di lavoro: in questo contesto, le ore dedicate al sonno diventano inutili, passive, una perdita di tempo, del tutto in contrasto con le esigenze del 24/7. E non potendovi estrarre valore economico, nel corso della seconda metà del Ventesimo Secolo è partita una vera e propria campagna di attacco al tempo del sonno e non può essere un caso che gli studi che muovono in tal senso partano da esigenze di carattere militare. L’attacco, poi, diventa frontale – e non potrebbe essere diversamente – a coloro che si oppongono all’ideologia neoliberista che tende a comprimere il tempo del sonno proprio in quanto non produttivo. Non dovremmo stupirci, anzi sarebbe il caso di esserne preparati fin d’ora, nel trovarci un domani a essere accusati di profferire sciocchezze stile New Age e di sognare un ritorno all’Arcadia dei cieli stellati invece che sempre più illuminati e al buon selvaggio, solo perché ci vedremo costretti a difendere il concetto di sonno come naturale collegamento dell’uomo al ciclo naturale giorno-notte.

In fondo, osserva Crary, è la nostra epoca: nella quale basta poco per essere definiti ‘disfattisti’ (e noi italiani, da Berlusconi a oggi, ne sappiamo qualcosa); nel modello di globalizzazione neoliberista, in definitiva, chi dorme non è più semplicemente uno che non prende pesci – la saggezza popolare dei proverbi è ampiamente superata dal nuovo che avanza – ma è un vero e proprio perdente. La differenza è analoga a quella che passa fra una regola di vita e uno stimma sociale.

Ma l’Autore va oltre e ci dice qualcosa di più. Il tentativo di impossessarsi del sonno – o, meglio, di buona parte di esso, non essendo possibile eliminarlo del tutto: perfino la tortura del sonno, portata all’eccesso, ‘rende’ meno di quella fisica, in quanto a differenza del dolore, la privazione del sonno rende le persone allucinate, fa perdere loro il contatto con la realtà e, dunque, meno ‘credibili’ e ‘utili’ le loro ‘confessioni’ – è strettamente connesso all’erosione del welfare e dello Stato sociale. Crary si rifà ad Hobbes il quale, nel suo Leviatano, significativamente osserva come durante il tempo notturno e quindi durante il sonno, si è esposti a pericoli di ogni sorta e si è perciò deboli; va detto di passaggio come non sia un caso che il codice penale italiano, preso a esempio da molti altri, contempli il ‘tempo di notte’ come una specifica aggravante a molti reati, proprio in quanto commessi in tempo di minorata difesa della vittima. Ecco perché, secondo il filosofo ritenuto precursore dello statalismo, una delle primarie funzioni dello Stato è quella di assicurare all’individuo un’adeguata protezione anche semplicemente dalla paura – seppure, come è ovvio, le Guardie notturne dell’epoca fossero organizzate a protezione e tutela prima di tutto delle classi possidenti e delle loro proprietà.

Rimane in quel periodo storico, Crary, per citare l’esempio del cotonificio Arkwright, riprodotto in un celebre dipinto del 1782, visto come il primo e più noto esempio di intromissione dell’architettura industriale nella campagna inglese, caratterizzata dalla presenza della luce che invade il tempo del buio: da qui, il collegamento a recenti studi sulla predisposizione di complicati sistemi di recettori solari, funzionali alla distribuzione e all’irradiazione della luce a qualsiasi ora su qualunque parte del territorio – 24/7, per l’appunto – e in questo senso, la luce è vista come elemento fondamentale del progetto di riduzione delle ore di sonno a tutto vantaggio del lavoro, dell’attività produttiva, dell’essere connessi.

La paura, però, rimane pur sempre la principale arma di condizionamento di massa. L’originale intuizione dell’Autore si sostanzia nell’osservazione secondo la quale l’allucinato presente del 24/7, al di là dell’inconsistenza e dell’astrattezza insita nello slogan che è sotteso ai due numeri, la natura di questa trasformazione della vita sociale, di questa sorta di rimprovero dell’inadeguatezza umana, è teso a provocare la paura: la paura di non essere all’altezza, di non produrre e consumare a sufficienza, di rimanere indietro nella vita economica e, perciò stesso, in quella sociale.

Le conseguenze non sono ancora pienamente valutabili ma, ammonisce Crary, appare ragionevolmente certo che il 24/7 finirebbe per costituire un sistematico annullamento delle più diverse forme di socialità per come le conosciamo, come ad esempio il momento del pasto, una conversazione, una lezione scolastica: in definitiva, il progressivo annullamento della memoria sociale.

Tutto questo, però, non potrebbe avere luogo, non potrebbe fare presa nella coscienza del singolo e della massa senza l’inevitabile corredo di un dibattito fuorviante e sostanzialmente menzognero, all’interno del quale fra gli altri troviamo il mantra del cosiddetto ‘passaggio epocale’, marchio che funziona per qualunque propaganda, che rende ineluttabile un adattamento – che ineluttabile non è – individuale e collettivo.

Tale falsificazione permette di ammantare questa, come tante altre operazioni di condizionamento sociale, di un carattere di inevitabilità da accettare senza condizioni, staremmo per dire in quanto storicamente necessaria. E non per nulla concetti come inevitabile, ineluttabile, epocale, si accompagnano da tempo all’altro micidiale refrain “non c’è alternativa” – che ci ricorda sinistramente il suo figlio bastardo “ce lo chiede l’Europa” – con il quale vengono fatte passare nel pensiero e nella vita occidentale decisioni e scelte politiche ed economiche per loro stessa natura inaccettabili e tuttavia tenute in piedi da quella parola d’ordine che rappresenta, a tutti gli effetti, l’esatto contrario del nobile concetto di politica, per la quale c’è sempre un’alternativa a qualsiasi opzione od orientamento, pena la perdita di significato e di valore della politica stessa come mediazione, ricerca ed evoluzione del pensiero.

La chiusura del saggio di Jonathan Crary non è, però, priva di prospettive. La persistenza anomala del sonno va compresa in riferimento all’incessante distruzione dei processi che rendono possibile la vita sul pianeta. L’inerzia ristoratrice del sonno contrasta la spinta mortale verso l’accumulazione, la finanziarizzazione e lo spreco che hanno devastato molto di quanto un tempo era oggetto di condivisione e in questo senso va difesa, senza discussione, come principio di democrazia, di partecipazione, di presenza dell’uomo come padrone e decisore della propria vita. Se, come scrive Wolfgang Streeck, il capitalismo morirà di autofagia, forse la difesa e il recupero del sonno saranno parte del rifiuto del terribile peso della nostra epoca globale.

Cesare Stradaioli

Jonathan Crary – 24/7 Il capitalismo all’attacco del sonno – Einaudi I Maverick, pagg. 134, €18

 

 

 

 

 

 

Basta con le rincorse a destra

Non conosco il programma politico di Viktor Orbàn: né credo sia particolarmente interessante accertare se questo galantuomo che nel terzo millennio sta ancora a parlare di purezza della razza (non esiste una razza ungherese, questo è certo), sia o meno un fascista.

Non è escluso che non lo sia, anche se i metodi darebbero una certa indicazione in proposito: anzi, più che fascista, sommando il muro ai treni chiusi, azzarderei nazionalsocialista, ma non è questo il punto. Perché il signor Orbàn potrebbe anche essere semplicemente un populista di destra, e magari in tempi passati (e forse anche adesso), il fascismo o non gli piace o non lo convince: ma se il suo programma elettorale, quale che fosse o potesse essere all’inizio, gli ha preso la mano e lo ha portato – o altri l’hanno fatto – a seguire i peggiori reflui di una nazione, a prestare orecchio e promesse alla schiuma della società magiara, è piuttosto comprensibile che, giunto alla guida dell’Ungheria, egli non solo non possa fare marcia indietro, ma sia costretto ad andare a tutta manetta. Per mantenere quello che ha scelleratamente promesso.

Se non lo facesse, il rischio di perdere consensi e, di conseguenza, perdere la guida del Paese – con tutto quello che ne deriva anche per la sua compagine governativa e chi l’ha messa lì: leggasi trattati commerciali, commesse militari, contratti sull’energia, prebende personali e tutto quanto possa avere come unico limite la fantasia – diverrebbe concreto e attuale.

Tutto questo per voler rimarcare quanto sia politicamente azzardato – oltre che moralmente vergognoso – inseguire la destra, specie quella più becera, alla ricerca di consenso facile e a buon mercato, alimentato dalla paura dell’immigrato, dalla delinquenza che si ritiene viene da esclusivamente da fuori, dal terrore di svegliarsi un mattino e perdere il posto di lavoro e incubi del genere.

Naturalmente il mio pensiero va alla sinistra, che di quello che fa la destra – con buona pace di Cacciari e di tutti quelli che vorrebbero una destra seria in Italia; io ho qualche anno meno di Cacciari e di destra al potere in vita mia ne ho vista anche troppa e non ne sento la mancanza – me ne importa assai poco; penso alla sinistra, che sempre più spesso viene tentata, in Italia e in Europa, dal correre casa per casa attraverso la televisione, a raccogliere le grida più becere, le istanze più retrive, indegne di un cittadino normale, di un qualsiasi cattolico, non dico neanche di un ateo, che onestamente creda in un dio compassionevole.

E a coloro che a sinistra, giorno dopo giorno, ci provano a raccogliere consensi facendo, come ‘o malamente della sceneggiata napoletana, ‘a faccia cchiù feroce, giocando a Law & Order, vorrei dire: lasciatelo fare alla destra razzista, xenofoba e antisociale, a quella che se sei nato povero, beh vedi di rinascere ricco nella prossima vita, lasciatelo fare a quelli che invocano il dio Po e che vogliono affabulare la gente comune, brava gente, onesti lavoratori, terrorizzandoli, promettendo loro che qualsiasi cosa accada al mondo, il loro cortiletto, il loro piccolo comune, il condominio, non sarà attinto da niente che possa turbare la quiete delle loro vite.

Che il diverso è diverso proprio perché non è come loro, che il ponte levatoio è meglio alzarlo che tenerlo abbassato, che non si sa mai; che, di fatto, promettono di essere i paladini e le guardie armate di un Medioevo prossimo venturo, che evoca la sicurezza del castello assediato e che produrrà solo disperazione e povertà morale, prima che economica: una minestra per casa si trova sempre, una mano per il negro, per il profugo, è già un tantino più difficile e poi costa soldi.

Loro, quella destra, lo sanno fare meglio di voi, hanno molto più pelo nello stomaco di quanto ne avrete (ne avremo tutti noi di sinistra e solo un povero di spirito può pensare che sia un’offesa) e, soprattutto, di farsi trascinare nella deriva furiosa e antistorica dei muri e delle scritte sulle mani con i pennarelli, di dimenticarsi eventuali programmi di governo più umani o meno disumani, insomma di tradire le promesse e di lanciarsi a fari spenti nella notte della ragione a duecento all’ora, non gliene può fregare de meno.

Anche perché, poi, non saranno loro a schiantarsi: sarà la coscienza di una società non più civile e lo scarso spirito di un’Europa sempre più serva della finanza.

Cesare Stradaioli

IL LIBRO DEL MESE DI SETTEMBRE consigliato dagli amici di Filippo

Secondo Oswald Spengler, tutte le grandi civiltà sono civiltà cittadine, in quanto fondate su principi di organizzazione sociale. L’arte di cui parla l’Autore, riferita al fenomeno sociale denominato città, è il prodotto della comunità e dei singoli, degli architetti, degli artisti: dei semplici cittadini e di coloro che li rappresentano.

L’arte della città come poetica dello spazio abitato, là dove come poetica si intende l’atto stesso di abitare la terra.

Ora, nella nostra percezione, vi sono città ‘cinematografiche’, cioè evocative di arte visiva, quali New York, Hong Kong, Tokyo, Londra; altre, invece ispirano riflessioni artistiche di taglio letterario o pittorico, come Venezia, Parigi, Madrid, Amsterdam. Ma, al di là dell’aspetto più strettamente evocativo, l’arte della città contempla anche città che l’occhio umano misura in altezza, quali Bologna o Venezia, mentre ve ne sono altre che si sviluppano in senso orizzontale e, in questo senso, Roma è esemplare.

A proposito di ciò, l’Autore si domanda se abbia ancora un senso parlare di bellezza, con particolare riferimento al concetto di città – nelle quali, a quanto sembra, verso il 2030 (praticamente dopodomani), vivrà circa il 60% della popolazione mondiale – nell’epoca della globalizzazione. Cioè, a dire: esiste ancora un’arte della città?

Se nel corso degli ultimi decenni le città sono diventate il simbolo del predominio esercitato dal capitale e dall’economia, a scapito della loro vivibilità – e, sotto questo aspetto, niente rappresenta questo scenario meglio dello svuotamento dei centri storici – ecco che l’Autore suggerisce, quasi ordina agli architetti quello che lui chiama ‘piano di responsabilità’, esortandoli a dare una forma leggibile alle loro opere e a controllare il peso stesso delle forme sviluppate.

In quanto atto politico, insiste Milani – docente di Estetica a Bologna – la pianificazione dell’edilizia urbana più che creare spazi, deve creare luoghi: gli abitanti devono ‘abitare’ la città (sembrerebbe un’ovvietà, ma tutto dimostra che non lo è), le quali devono tornare a essere plasmate sull’esperienza umana e non essere più esclusivamente funzionali allo sviluppo finanziario.

In altre parole, l’ordine della città non deve essere di tipo newtoniano, associato al concetto di piano regolatore, quanto piuttosto ispirato al fatto che la sua sopravvivenza ha un senso se i cittadini possono vedere soddisfatta la loro necessità di libertà estetica, strettamente connessa a legami collettivi – fra le persone, non fra le cose.

L’alternativa saranno da un lato il centro città deputato alla finanza, frenetico e asettico di giorno, morto e moralmente sporco di notte e nei week end; dall’altro il ghetto metropolitano e il dormitorio delle periferie, mentre si diffondono le terrificanti agorà moderne, i centri commerciali, abitati dall’uomo moderno che, come quello antico, ha bisogno di socialità: che non può, non deve essere vissuta fra gli scaffali di sconti speciali, attraversati di corsa alla guida dei carrelli della spesa.

E non saranno una manciata di giardini, di zone verdi, di alberi, di oasi artificialmente ficcati a forza in mezzo o in cima alle case, a rendere la città migliore di com’è diventata: solamente, conclude Milani – verrebbe da dire pessimista nell’intelligenza e ottimista nella volontà – un nuovo modo di pensare la città, che ridiventi luogo dell’uomo e non delle merci, può cambiare le cose. Proprio perché atto squisitamente politico, spetta a ognuno di noi pensarlo, volerlo, decidere che sia messo in atto.

Cesare Stradaioli

Raffaele Milani – L’arte della città – Il Mulino Saggi, pagine 163, €18

Renzi e la destra amica

E’ significativa l’attestazione di stima per Renzi da parte del neo sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro. Non è il primo – e non sarà certamente l’ultimo – rappresentante politico oppure semplice elettore di centrodestra a indicare il Presidente del Consiglio e Segretario e del PD come figura di affinità politica, di voto (anche contingente) se non addirittura di riferimento. Si potrebbe dire che, al termine della sua parabola, l’antiberlusconismo abbia prodotto solo l’anti Berlusconi. Tutto quello che è sortito da venti e più anni di opposizione al dominio governativo politico-televisivo non è altro che la messa fuori gioco di colui il quale ha incarnato la fine della maggioranza silenziosa, da lungo tempo estremamente e variegatamente rumorosa: ma la fibra di quel dominio è rimasta intatta e ora è incarnata per l’appunto da Renzi, il primogenito che spodesta il padre. Vero figlio di Berlusconi in mezzo a tanti figli spuri, è stato scelto (un giorno sapremo esattamente da chi) per uccidere il padre al fine di proseguire nel suo disegno, il compattare l’elettorato in una forte, centrale formazione politica, che comunemente viene definito ‘partito della nazione’.

Come il sindaco di Venezia, quanti di noi conoscono – se non ne sono addirittura amici – persone di genuina fede reazionaria, comunque di destra, che a un certo punto fra il 2012 e il 2013 hanno detto “se passa la figura di Renzi io voto PD”? Tanti, direi: diversamente non sarebbe spiegabile nel nostro Paese, caratterizzato da un elettorato molto poco mobile, un inaudito, storico – e fasullo, alla fine dei conti e per forza di cose – spostamento di voti che alle Europee dello scorso anno ha portato il PD al 41%, percentuale inusitata. Il motivo è presto detto e secondo me ha un tratto di base che dovrebbe davvero fare riflettere: l’elettore conservatore, di destra, centro-destra chiamatelo come volete, ha le idee estremamente chiare.

In quanto poche, definite e immediate, è piuttosto agevole per un partito, per un rappresentante politico, soddisfare le sue esigenze o, almeno, dare la chiara idea di capirle e sposarle.

L’elettore di destra, a differenza dell’elettore standard di sinistra – o, peggio ancora, di centrosinistra – è concreto, va direttamente al punto e sceglie chi al punto direttamente va. Ci sarà un motivo per cui, storicamente, la sinistra tende alla divisione mentre la destra, sostanzialmente, rimane compatta, magari in presenza di conflitti interni (politici e personali) perfino più sanguinosi.

L’elettore di sinistra non si accontenta, vuole capire, spacca il capello in quattro, sogna, desidera; ma, allo stesso tempo, soffre di solitudine e pertanto vuole condividere, detesta scontentare, non è convinto dal 51% – mentre quello di destra si ‘accontenta’ del 40% e mena fendenti – auspica a parole lo scontro ma poi, nei fatti, lo teme e tutto perché l’assumere responsabilità di governo, sia locale sia nazionale, implica per forza di cose il rude e difficile esercizio della maggioranza, del potere e della forza politica e qui si gioca spesso ogni singolo contrasto sulla leadership.

Anche per questo, l’elettorato di sinistra/centrosinistra brucia i propri rappresentanti: per scarsa determinazione, direttamente proporzionale all’onestà della singola persona, per un’endemica carenza di realismo, probabilmente – ma qui sarebbe necessaria una seria analisi psichiatrica – per un mai risolto senso di ripulsa nei confronti dell’esercizio dell’autorità. Se ne possono dire mille.

Sta di fatto che il motivo per cui Brugnaro, l’amico, il conoscente, che da sempre identifichiamo per quello che sono, persone di centrodestra, spesso lontanissime da qualsiasi idea di sinistra, simpatizzano per Renzi e magari lo votano è quello: lui dà loro – o almeno promette di farlo, tutto sta a quanto è lungo il guinzaglio che ha al collo – quello che loro vogliono, poche cose, dirette, immediate e concrete.

Su quanto, nello specifico, questa immediatezza, questa concretezza siano di sinistra, ognuno faccia i conti con la propria coscienza e con la propria esperienza politica e di vita e poi decida.

Cesare Stradaioli

 

Noi e la UE

E’ di oggi la notizia secondo la quale, in riforma del Codice della Strada, i minorenni potranno salire in due su un motorino.

E’ l’ennesima versione del refrain “Ce lo chiede l’Europa”, una delle più grandi bufale della storia dell’informazione. Pare, però, che stavolta sia vero, cioè la riforma verrà introdotta in applicazione a precise direttive europee: in mancanza, scatterebbe la famigerata ‘procedura di infrazione.

Qualcuno ricorderà un vecchissimo film di Woody Allen: “Il dittatore dello stato libero di Bananas”. Verso la fine, il dittatore di una non meglio specificata isola del Caribe – l’uomo veste militare e porta una fluente barba, provate a indovinare – decide di imporre al suo popolo due modifiche: dal giorno dopo la lingua ufficiale di Bananas sarà lo svedese e i cittadini saranno obbligati a cambiare la biancheria intima ogni trenta minuti: per facilitare i controlli, essa dovrà essere portata sopra i pantaloni.

Ora, poiché trovo la modifica al Codice della Strada 1) pericolosa; 2) idiota; 3) da incoscienti e considerato che le due modifiche previste nel film per lo stato di Bananas non sembravano foriere di un maggior numero di morti, feriti e para/tetraplegici – sono aperte le scommesse su quanti saranno nel giro dei prossimi dieci anni – personalmente le ritengo meno pericolose, un pochino meno idiote e quasi per nulla da incoscienti.

Qualcuno sarà anche populista, nel detestare la UE, ma certo che l’allegra combriccola europea non sembra esprimere particolari sforzi per farsi apprezzare.

Cesare Stradaioli

madri & figli

Sono rimasto basito anch’io dai fatti e dalle affermazioni.
Non sarà poi mai troppo presto che i magistrati, fra l’altro, smettano di rilasciare dichiarazioni.
Sembra quasi che tutto sia costruito per dimostrare che una coppia etero non è una garanzia di buon allevamento della prole.
Come se non lo si sapesse già…..
Sir Peter
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Madri e figli

Due amare parole sulla questione della sottrazione del neonato alla tipa che  ha sfigurato con l’acido più di qualche essere umano.
Con questo atto mi sembra che la nostra società abbia umanamente sfigurato sé stessa in maniera ben più grave di quanto abbia fatto la suddetta con altri individui. Strappare un neonato dal grembo della madre in quel modo chiunque essa sia fa parte di pratiche che forse l’Is potrebbe sentire sue.. Trovo allucinante che la reazione sia così blanda. Credo che un modo per salvaguardare il neonato tenendolo nei modi opportuni e “controllati” accanto a sua madre ci fosse eccome, non scherziamo. Per me una barbarie totale. Ma il bello (…) viene dalla motivazione che giustifica un intervento anche nei modi e nei tempi così drastico:

da repubblica.it
“La stessa Fiorillo ha spiegato di aver adottato “provvedimenti urgenti e di prassi” come la separazione del piccolo dalla madre affinché i giudici dei minori possano  “prendere le loro decisioni nell’assenza di condizionamenti derivanti da aspettative” da parte delle persone coinvolte. Il suo intervento serviva per “cristallizzare” la situazione in quanto il piccolo è nato il 15 di agosto. “Se fosse nato un giorno prima o due giorni dopo (con gli uffici giudiziari in funzione, ndr) tutto sarebbe stato meno gravoso”, ha osservato il magistrato, perché i giudici “avrebbero potuto esaminare la situazione in modo tempestivo” e ad occuparsene, inoltre, sarebbe stato il pm dei minori già titolare del fascicolo e non invece quello di turno che ha dovuto adottare provvedimenti “d’urgenza”.

Insomma in Italia il sacro Ferragosto determina le sorti di un trauma così clamoroso. Ammetto di essere nonostante tutto ancora una volta sorpreso da questo Paese senza vergogna.

 

Massimo Bran

IL LIBRO DEL MESE DI AGOSTO consigliato dagli amici di Filippo

Rispetto e spettacolo sono i primi termini fondamentali di cui tratta Byung-Chul Han, nel suo ultimo saggio, un libriccino fatto di frasi secche, brevi, alle volte anche un po’ ansiogene. Ovvero, distogliere lo sguardo, il pathos della distanza da un lato e la mancanza di distanza, cioè puntare lo sguardo, verso cose e persone dall’altro.

La terza parola è shitstorm, letteralmente ‘tempesta di merda’, che l’Autore in nota riporta come termine inglese che indica il fenomeno in rete fatto di discussione acritica, con linguaggio fortemente connotato in senso negativo e talvolta violento: tale è stata ritenuta la sua efficacia da essere dichiarato in Germania, nel 2012, ‘anglicismo dell’anno’ da una commissione di linguisti (Byung-Chul Han vive e insegna a Berlino), in quanto vocabolo straniero rivelatosi utile per la lingua tedesca.

Così prende le mosse il lavoro del filosofo di origine coreana che spara a palle incatenate e ad alzo zero contro la cultura del digitale, le sue storture, le deformazioni che porta nelle nostre vite. A dire il vero, proprio in conseguenza del mutato quadro sociale di relazioni personali indotto dall’avvento di internet, Byung-Chul Han ne ha anche per Toni Negri che, secondo lui, nell’elaborazione del concetto di Impero conseguente alla globalizzazione, sembra non rendersi conto (o non volerlo fare) del mutamento non solo dei linguaggi che dalla rete tracimano nella società, ma anche delle stratificazioni classiste. Andando oltre – ma qui ci devono essere, dietro le quinte, non risolti screzi interpersonali – l’Autore per qualche riga si avventura nell’analisi socio-economica che non pare essere il suo piatto forte, ma sul punto la cosa finisce lì.

Ben vengano, come che sia – ed era ora – analisi come questa, impietose, fredde, schematiche se si vuole, ma chiare e precise, per quanto il distacco da entomologo che impregna tutto il lavoro consenta di provare sincera sofferenza per un mondo che non riconosciamo più, noi over cinquanta e non ancora (e, forse, mai) tutti gli altri al di sotto.

Rispetto per le persone e le cose, si diceva; per converso, la mancanza di profondità di pensiero e di analisi; la riduzione al minimo delle distanze virtuali e l’allargarsi di un fossato fra quelle reali e, dunque, assenza del confronto con la negatività, che pure deve essere parte integrante della crescita personale di ognuno e che non di meno è componente essenziale e naturale del mondo che ci circonda in genere e dei nostri interlocutori nel particolare; azzeramento totale del livello di critica, simboleggiato dalla malefica, esangue alternativa obbligata “mi piace”/”non mi piace” che nella sua semplicità, nella sua sintesi rappresenta una sorta di regressione all’animalità di base, alla pulsione fisica – del tutto paragonabile, nella sua connotazione puramente istintiva e priva di memoria di vita, a un “mamma, cacca!”, che però è, ovviamente, più pertinente a esseri umani che di esperienza di vita cosciente non sono che agli inizi.

Perfino l’ira, secondo l’Autore, è elemento costruttivo a paragone dell’indignazione digitale, che in quanto fatta di scambi veloci, sintetici, di facile stesura e che non richiedono elaborazione, non è capace di narrazione, essendo uno stato puramente statico, anaffettivo, dispersivo; là dove l’ira è, per definizione (Ira, Menin, è la prima parola dell’Iliade) è furore, è affettività, è capacità di rottura di uno stato precedente per dare vita a uno nuovo.

Lo sciame del titolo, appare dunque non essere altro che una massa indefinita di persone, che sono per l’appunto solo massa e non folla. Cioè una somma di singole individualità che tanto piaceva alla Thatcher e ai suoi epigoni liberisti (ma anche a Matteo Renzi, pare, se è arrivato a dire che è ora di finirla con la società civile per fare posto alla meritocrazia) contrapposta ideologicamente – allora: adesso solo come riflesso pavloviano – a un insieme di persone che rappresentano più istanze, più indirizzi di pensieri, a volte in conflitto fra loro, ma comunque accomunate da una volontà di cambiamento e qui ci mette in guardia Byung-Chul Han: siamo realisti e bisogna prendere atto della realtà che ci circonda, ma non si può e non si deve guardare da un’altra parte.

In questo senso la deriva disumanizzante non merita il rispetto del volgere lo sguardo altrove, ma va osservata e, per quanto possibile, combattuta. E dove non ce lo dice esplicitamente l’Autore, lo consideri ognuno di noi: perché insomma, come scriveva Alfred Doblin, nessun re, nessun tribuno, nessun eroe ci può liberare, se non siamo noi i primi a volerlo essere, liberi. Liberi non solo di stare dieci ore seduti davanti a uno schermo, a introitare informazione in luogo di cultura, positività a tutti i costi invece di critica, ma di provare a rompere lo schema di un mondo che, come scriveva qualcuno di recente, se non piace a noi che l’abbiamo fatto, per quale motivo dovrebbe piacere ai giovani, che della sua costruzione non hanno alcuna responsabilità e che preferiscono stonarsi in discoteca?

Cesare Stradaioli

Byung-Chul Han – Nello sciame. Visioni del digitale – Nottetempo, 105 pagine, €12

‘All’armi, siam modernizzatori!’

Qualche riflessione sulla legge cosiddetta di riforma della Pubblica Amministrazione, approvata ieri da quello che il Presidente del Consiglio ha definito “il Parlamento più produttivo dal 1948 a oggi.” Ora, è vero che siamo nel terzo millennio, che le chiacchiere vanno a un tanto al chilo e che esiste la libertà di espressione: qualcuno, però, come ripeteva Filippo Ottone, se ne approfitta.

A parte il fatto che le riforme si valutano e non si pesano e neppure si contano (affermazione condivisibilissima, sentita ieri sera da Rosy Bindi, una dc … doc … se è consentito il gioco di parole e per piacere guardate come siamo messi se dobbiamo rifarci alla Bindi), a parte il fatto che anche De Gasperi avrebbe prodotto leggi a nastro se avesse avuto un partito di sinistra compiacente e supino – e non aveva la maggioranza parlamentare di Renzi – credo sia indispensabile uno studio attento della riforma. Ovviamente la cosa richiederà tempo e collaborazione, ma fin d’ora si possono fare due riflessioni, una stringata e una un po’ più articolata.

Quella stringata concerne l’abolizione del corpo delle Guardie Forestali i cui appartenenti confluiranno, a quanto sembra, nell’Arma dei Carabinieri. Cioè a dire che un certo numero di dipendenti statali, civili, saranno inquadrati all’interno del Ministero della Difesa, con tutto quanto ne consegue a livello disciplinare e gerarchico. C’è da chiedersi se i brillanti promotori e sostenitori di questa riforma abbiano valutato con attenzione e consapevolezza le ricadute di un simile cambiamento. Se la cosa vi pare di poco conto, e per di più da decidere il 4 di agosto…

La seconda riflessione riguarda il famoso e famigerato silenzio-assenso: uno dei tanti argomenti che, all’interno del Diritto Amministrativo, avvelenavano la vita degli studenti di Giurisprudenza che si apprestavano a sostenere l’omonimo esame. La vulgata – tipicamente renziano-marinettiana – è sempre la stessa: morte alla burocrazia, l’Italia risorge, fine dei lacci e laccetti, più libertà per il cittadino e le aziende, il Paese riparte, abbasso i disfattisti, i vecchi, quelli con la digestione laboriosissima. Mancano l’odore della benzina e la Nike di Samotracia e poi la saldatura è completa.

E’ noto come per determinate persone – il sottoscritto è una di queste – il solo sentire nominare la parola ‘libertà’ provochi reazioni alle volte sconsiderate, a dispetto delle rispettive età non più giovanissime: non è colpa nostra se il termine è stato, nei decenni, sputtanato dai peggiori mascalzoni che hanno ammorbato la vita, l’economia e la politica del nostro Paese e in genere dell’Occidente, ma tant’è. Tutto bello. Il cittadino o l’azienda si rivolge alla P.A. e nel giro di 90 giorni o questa risponde oppure c’è il semaforo verde. E sta proprio qui il problema, perché il silenzio assenso varrà per materie di importanza fondamentale quali la cultura o il paesaggio.

Perché il sospetto – e in Italia abbiamo non il diritto, IL DOVERE di essere sospettosi – è che questo sia un via libera per ulteriori, più gravi e definitivi scempi. Bastano 90 giorni per verificare se dietro quell’azienda che intende edificare un centro di dialisi, o potenziare un centro multiospedaliero tramite la costruzioni di nuovi reparti, vi siano delle brave persone oppure delle teste di legno della criminalità organizzata? Bastano 90 giorni per controllare se quel megafinanziamento al Colosseo o alla Torre di Pisa siano congrui e opportuni oppure se dietro non ci siano interessi multilaterali di dubbia moralità?

Le domande sono, evidentemente, retoriche: certo che no.

Ma il punto è che gli italiani per decenni sono stati afflitti dalla burocrazia in maniera talmente profonda e prolungata che qualsiasi provvedimento dia anche solo l’impressione di sveltire e modernizzare la vita del Paese viene accolta come benefica. E c’è chi si approfitta di questo malessere, come della libertà di espressione, e ne fa uso particolare, che finisce con l’essere privato e non pubblico.

E’ chiaro che la burocrazia esiste; chi non vorrebbe un’amministrazione più agile, produttiva, maggiormente al servizio del cittadino e dello Stato – e meno corrotta, aggiungerei, visto che di corruzione la compagine esecutiva non parla neanche se gli si pinzano le parti intime con degli elettrodi?

Il sospetto è che lo stato in cui è ridotta la P.A. non consentirà pressoché mai di operare verifiche, se fatte con criterio e professionalità e che, di conseguenza, una valanga di progetti andranno in porto senza il dovuto vaglio che una seria ed efficiente amministrazione ha il dovere istituzionale di compiere. E il tutto, questa è la cosa peggiore, in nome della modernizzazione.

Il sospetto – e la finiamo qui, per ora, ma la riprendiamo – è che sotto l’usbergo della sburocratizzazione (come sotto quello della libertà) si celino interessi direttamente attinenti al vero centro di potere politico ed economico del nostro Paese, la criminalità organizzata, che si serve di ignari portavoce (diamo loro il beneficio dell’onestà, sia pure sotto condizionale) quali il ministro Guidi, il ministro Poletti e altri – il ministro Madia neanche lo menzioniamo essendo, come il Ministro Orlando, una pura entità ipotetica, considerato il peso politico e personale – per perseguire specifici e criminali fini, cavalcando il malcontento e la stanchezza di milioni di persone che la Storia ci insegna, sistematicamente ma a quanto sembra nessuno impara, essere il carburante politico delle peggiori svolte epocali.

Cesare Stradaioli

Cesare Stradaioli sull’Europa

Purtroppo – o per fortuna: personalmente tenderei alla prima che ho scritto – l’idiozia e la disumanità, quando vengono praticate su larga scala, possono anche avere risvolti comici.

A Mentone, la Francia impedisce l’accesso sul proprio suolo di alcuni migranti provenienti dall’Italia: a Calais, impedisce che altri, intenzionati ad andare in UK, ne escano.

I trafficanti di uomini penseranno al trasporto aereo: l’ingresso in UE potrebbe avvenire mediante lancio col paracadute e a quel punto, una volta dentro, i migranti non dovrebbero fare altro che cercare di uscire dai confini dello Stato in cui sono atterrati e verrebbero prontamente trattenuti. Col vantaggio ulteriore di vanificare la proposta di Salvini e dei suoi eurocomparielli di rimetterli su un barcone che non c’è. 

L’Europa è una cosa meravigliosa e verrebbe da dire, parafrasando un po’ il detto, che se non ci fosse… sarebbe meglio.