Più che commento una impressione, che già ho scritto a Cesare.
Venerdì tardo pomeriggio, come sempre tornando dal lavoro, passo per Casarsa. Sono in corso gli allestimenti al Teatro Pasolini e al Camposanto per le celebrazioni del quarantennale.
Mi ripropongo, come da troppo tempo succede, di andare finalmente a rendere omaggio alla tomba.
Ma non in questi giorni, mi dico, piuttosto quando l’affollamento si sarà diradato.
E in quel preciso momento l’MP3 della mia auto, che è in riproduzione casuale, mi spara le note di Koeln Concert di Keith Jarett.
Ho un’età per cui non credo più alle coincidenze.
Sir Peter
Coincidenze?
A un certo punto…
Giunti a un certo momento storico e politico sarebbe anche ora di farla finita con lo stupirsi ogni qual volta un rappresentante del PD apre bocca e non si fa mancare una cosa di destra che sia una. Insomma, piantiamola di indignarci per ogni cavolata che un renziano dice – e ne dicono a tamburo battente, neanche se cercassero di battere qualche record, o di scandalizzarci per l’occupazione militare delle poltrone fatta dal cerchio magico toscano (non so voi: io non riesco neanche più a sentire qualcuno parlare con un’inflessione di quella benemerita regione). Il Jobs Act? Tutto bene, è stato combattuto il lavoro a termine: peccato che siano TUTTI a termine, con tutele crescenti che paga Pantalone. Il TTIP? Benissimo, positivo per l’economia e non cadiamo nel solito antiamericanismo: peccato che NESSUNO conosca esattamente i dettagli di questo trattato e la segretezza sarebbe già di per se un motivo per rigettarlo. L’abrogazione del Senato? Un obbiettivo perseguito da 50 anni (testuale: da l’Unità); addirittura prima dell’istituzione delle regioni, caspita! Il tiro a segno su Marino e conseguente, ennesimo tecnico che si prende una poltrona politica, con tanto di saluto dal balcone – che deve essere qualcosa di squisitamente romano, come i carciofi alla Giudìa, o i salotti di Previti – ? Segnale di modernità, la politica non sia autoreferenziale: cioè, si faccia da parte che qui non abbiamo tempo da perdere. TAV, Ponte sullo Stretto eccetera, vedremo: a differenza di mio padre, che quando diceva ‘vedremo’ intendeva dire no, con questi il vedremo è un pericolosissimo indice di possibilità.
Insomma, una carrellata di dichiarazioni che fino a cinque anni fa avremmo sentito dire da personaggi quali Cicchitto o Capezzone: gente qualificata, in materia, gente con un pedigree di tutto rispetto, mica pizza e fichi. Oggi, invece, ci tocca sentire Calderoli difendere la Costituzione e Brunetta prendersela con l’ipotesi di partito-nazione. Poi dicono che non ci sono più le stagioni di una volta.
Seriamente e lo dico rivolto alla mia Sinistra, per parafrasare Federico Rampini; sarà il caso di farcene una ragione: il PD è, a tutti gli effetti, un partito ostile a qualsiasi cosa significativa che sia di sinistra, con all’interno persone con le quali abbiamo molto in comune. Mi è stato detto che si tratta di un giudizio fin troppo benevolo: a me pare di avere detto e – qui – scritto una cosa tremenda.
Cesare Stradaioli
Le ceneri vive
Pur amando perdutamente il genere biografico, autobiografico, in senso sia documentaristico che letterario, se ancora è percorribile questa distinzione, con tutti i loro derivati, ivi compresi anniversari, coccodrilli e quant’altro, già…, confesso che di fronte a certe figure totalizzanti, clamorosamente ingombranti, identitariamente irriducibili a ogni tentativo di canonizzazione come, e forse più di qualsiasi altra figura del Novecento, Pier Paolo Pasolini è stato, provo un grande disagio nel consolarmi, nell’immergermi nella memorialistica mediatica dilagante, in questo caso per il quarantennale della sua morte violenta.
Sì, perché Pasolini è ancora una ferita viva nella coscienza e nella cultura di questo incompiuto Paese. Un Paese che come forse da nessun altro intellettuale è stato così disperatamente amato, odiato, radiografato, così lucidamente vivisezionato nelle sue radici, nelle sue tragiche mediocrità, nella sua accecante bellezza. Pasolini è un’incombenza che non ha mai permesso a chi ha a cuore la dignità di una comunità, di una società, di rifugiarsi senza troppa angoscia nell’autoreferenzialità delle buone letture, delle meccaniche trincee oppositive. O meglio, se proprio non ha potuto fermare questo rifugiarsi in cotali gusci ovattati, la sua presenza-incombenza straripante ed acuta non ha però almeno permesso che alcuna autoassolutoria forma di accomodamento rimuovesse il disagio che le sue parole, le sue poesie, le sue definitive arringhe corsare tenevano spietatamente vivo al cospetto di un mondo che negli anni addirittura peggiorava, inesorabilmente. Al netto dei suoi anacronismi già allora, del fatto che va bene, le sue analisi socio-antropologiche già Adorno e la Scuola di Francoforte le avevano teorizzate ben prima, di quella un po’ estetizzante nostalgia per una società contadina irrimediabilmente perduta, al netto, in definitiva, della sua esibita incuria di non mostrarsi per forza più nuovo dei nuovi, è la voce, il suono lucido, metallico delle sue parole che ancora ci inchioda a un passato che non passa, mai. Il suo capolavoro, come ormai col tempo risulta sempre più evidente, non si trova in una singola poesia, romanzo, saggio, film, no; il capolavoro è la sua presenza e persistenza, il suo corpo nervoso e poi violato criminalmente, il suo volto dagli zigomi antichissimi eppure da un incombere modernissimo.
Un uomo che ha capito non filosoficamente, ma esistenzialmente, comunicandolo come mai nessuno prima (e neanche dopo…), che questa falsa modernità mediatica era solo una forma di potere ancor più dispotico per assoggettare ed omologare masse, classi, generazioni a un pensiero unico fintamente liberale. Ma al contempo un uomo che, consapevole come nessuno di ciò, si trasformava in figura mediatica di una modernità clamorosa, mai vista prima almeno da noi. A rivedere le interviste televisive, o i suoi stessi reportage in Italia, in Yemen, in Uganda, si rimane ancora oggi travolti da questa cifra contraddittoria e però a ben vedere sensatissima, ossia da questa attitudine furiosa contro una falsa modernità appiattente e questa magistrale abilità nell’utilizzare i media al soldo di questa stessa truffa, a suo dire, progressista.
Ecco, questo disagio, questa angoscia di non essere mai minimamente all’altezza di una tale, vitale incombenza, mi porta a vivere con una certa vergogna il piacere di ripercorrere in questi giorni di anniversario la sua bruciante testimonianza. Però lui riderebbe di queste masturbazioni cerebrali, o meglio, le demolirebbe con quella micidiale capacità di smascherare qualsiasi esercizio o figura retorica intellettualmente posta ed esistenzialmente ipocrita. Tanto vale allora ricordarlo P.P.P., fottendosene di qualsivoglia preoccupazione di non esserne minimamente all’altezza, del ricordo intendo. Sforzo vano ma mai inutile, per sé stessi almeno.
Per chi sente di dover-voler esserci, allora, buoni film, concerti, reading, dibattiti… Ben consci che Pier Paolo Pasolini ci interrogherà per sempre, definitivamente, come sempre.
Massimo Bran, direttore di Venews
In ricordo
E’ davvero così importante che Pier Paolo Pasolini fosse contrario all’aborto? Che avesse in mente e nel cuore una specie di Arcadia premoderna? Che avesse preso le difese delle forze dell’ordine, scrivendo apprezzamenti non certo lusinghieri dei manifestanti?
Sì, lo è. Perché, al netto di decenni di profili abbozzati e poi lasciati perdere, di servi, chierici e corifei più o meno fedeli, fatta la debita tara di opportunisti, truppe cammellate e presuntuosi coglioncelli che faticano a chiedere un tè con il latte a Chelsea ma poi si peritano di tradurre per qualche casa editrice, a un certo punto bisogna dire che il vero ruolo di quello che una volta si chiamava ‘intellettuale’, il suo compito vero e primo è quello di suscitare dibattiti, discussioni: di seminare dubbi, incertezze, riflessioni e, se del caso, anche contrasti, conflitti, per quanto aspri possano essere.
I paragoni sono spesso poco simpatici, ma talvolta vanno fatti non per diminuire la figura di qualcuno e accrescere quella di qualcun altro, ma per provare a esemplificare, senza scendere nel semplicismo, quali possono essere le differenze. Poi, sta al gusto e alla coscienza di ciascuno.
Così, a un certo punto va detto fuori dai piatti, al gelido e distante Italo Calvino e al dinamico e compiaciuto Umberto Eco (tanto per non fare nomi), io preferisco lo sporco, il ruvido, l’inafferrabile Pasolini. Perché sono belle le lezioni americane, saranno affascinanti i voli pindarici dei visconti, dei baroni e dei cavalieri (qualcuno sostiene in parte rubati a Jorge Luis Borges ma non lo dite a sinistra, che si incazzano), sarà simpatico il compiaciuto farci sapere – ci tiene tanto – quanti libri ha letto filo professore, ma l’inquietudine che ancora adesso, a quaranta anni dalla morte, ci butta addosso il poeta friulano è impagabile. Anche e verrebbe da dire soprattutto quando le sue parole irritano, sconcertano, mettono a disagio. E’ quello che deve fare l’intellettuale: mettere a disagio, prendere a sberle i cervellini fritti dalla televisione, dare al pubblico, al lettore esattamente quello che non si aspetta (lo diceva Frank Zappa della musica, anche se dubito che zio Frank avesse mai letto PPP), perché solo così si mantiene vivo e agile il confronto di idee, il filo rosso del pensiero che non può lasciarci nemmeno per un momento.
Poi, dopo, possono non piacere i suoi film – a chi scrive, mica tanto; si può concordare con Asor Rosa sul giudizio dei suoi primi romanzi; chi vuole, se ha tempo da buttare, può avere qualcosa da ridire sul come vivesse la propria sessualità. Tutto quello che si vuole: ma, in definitiva, basterebbe quel formidabile “Io so i nomi dei responsabili” che scrisse sulle pagine del Corriere della Sera, a dare la cifra di uno dei più grandi agitatori della cultura italiana. Il resto sono chiacchiere e distintivo.
Cesare Stradaioli
IL LIBRO DEL MESE DI NOVEMBRE consigliato dagli Amici di Filippo
E’ una storia ignobile, quella che ci racconta Roberto Curci in questo scritto, che più che un libro è una passeggiata in un museo di fantasmi. Ignobile e pure sbagliata, come suggerisce la seconda di copertina. Ignobile perché la delazione è, per definizione, infame, indegna, sporca ma di quello sporco che non può trovare giustificazione, tutt’al più qualche spiegazione. E sbagliata in quanto che sia un ebreo – ma sarà, poi, stato uno solo? Ci torneremo – a consegnare, in prima persona, altri ebrei alle SS che gestiscono quello che, una delle tante smemoratezze nostrane, è stato un campo di sterminio (non di concentramento, attenzione, non solo), anzi IL campo di sterminio italiano, cioè la Risiera di San Sabba a Trieste, concettualmente non può essere ‘giusto’, se le parole ancora hanno un senso.
Tutto comincia dal titolo, in via San Nicolò 30 nel cuore di Trieste, a due passi da Piazza Unità, dalle Rive e dal Viale (Viale XX Settembre è, per definizione, solo il Viale, tanto quanto Piazza Unità d’Italia è Piazza Unità e tanti basti), un incredibile incrocio storico che nel giro di pochi decenni ha visto vivere e lavorare James Joyce, nascere il primogenito Giorgio, Umberto Poli (poi Saba) nella sua libreria tutt’ora aperta e la sartoria della famiglia Samuele Grini.
Le famiglie Poli e Grini sono imparentate, nella comune radice ebraica e quasi tutti i nomi che si trovano in questa galleria delle tristezze sono ebraici. E tutti costoro, tutte queste persone scomparse, per lo più nei forni della Risiera o partite per i lager in 700 e tornate in poco più di venti, perfino i carnefici scomparsi – e, lo sappiamo, non sono pochi quelli poi riapparsi in Sudamerica o, peggio negli USA al soldo dell’anticomunismo – sono ricondotti a un nome, quello di Mauro Grini, il figlio della dinastia di sarti, il quale denunciò, perseguitò perfino in prima persona, fino a Venezia, fino a Milano, fino a Varese le famiglie di ebrei triestini ai quali promise la salvezza in cambio di denaro e che, per contro, quasi tutti mandò alla morte.
Tale fu l’infamia del Grini, che secondo i documenti ritrovati (“si sono accusati da soli” ebbe a dire nella requisitoria finale il Pubblico Ministero del processo di Norimberga, alludendo alla maniacale cura con la quale veniva registrato tutto), ebbe a denunciare perfino la famiglia; la quale, però, secondo testimonianze pressoché conformi, di fatto proseguì la propria attività all’interno della Risiera, cucendo divise per militari e detenuti e, probabilmente, agendo quasi da kapò, se è vero come è vero che tutti tornarono alla libertà. Tutti, forse, perché del Mauro Grini, condannato a morte in contumacia nel 1947 dalla Corte d’Assise di Trieste, rimasero solo i vestiti ammucchiati in uno stanzone, insieme a quelli degli altri morti, il che può significare due cose: o passò anche lui per il camino della Risiera, condotto a morte dagli stessi aguzzini (evidentemente anche loro odiavano i doppiogiochisti e non se ne fidavano, vista la mala parata), oppure il ritrovamento fu in realtà un abbandono, per dare a intendere una morte che non avvenne. Non in quel momento e non in quel luogo, comunque.
Ma, al di là della cupa vicenda umana di questa famiglia (che a guerra finita tornò in via San Nicolò, a riprendere l’attività di sartoria come se niente fosse stato), che getta non poche ombre sullo scrittore ebreo Umberto Poli – che, diventato Saba non tenne un profilo esattamente cristallino, ma ormai sono passati tanti anni – quello che rimane, che a libro chiuso lascia un senso di sgomento è constatare come, se la delazione è sempre esistita, è altrettanto vero che un tiranno, un macellaio, un programmatore di sterminio è UNO: c’è stato un solo Hitler, un solo Himmler, un solo Goring, un solo Goebbels. Di Grini, di spioni, di forcaioli antisemiti, di volenterosi carnefici di Hitler (dei quali ha scritto Daniel Goldhagen) ce ne sono stati migliaia, forse milioni e non è davvero un bel pensiero da fare, intorno all’umanità, aggettivo o sostantivo che si voglia intendere, quando la moltitudine abbrutita dalla propaganda diventa quella spaventosa bestia chiamata massa. Anche perché, in numero altrettanto uguale se non superiore, si contano coloro i quali alla fine di ogni conflitto (ma noi italiani siamo un po’ specializzati in questo) praticano il chi ha avuto ha avuto chi ha dato ha dato scurdammoce ‘l passato, nun ce penzamme ‘cchiù, miserabile e opprimente coperta che tutto nasconde, tutto sbiadisce, tutto dimentica.
Fino al massacro successivo.
Cesare Stradaioli
Roberto Curci – Via San Nicolò 30, Traditori e traditi nella Trieste nazista – il Mulino, pagg. 160, €15
SITI CONSIGLIATI dagli Amici di Filippo
Il primo sito che vi consigliamo è: www.fisicamente.net un sito di questioni scientifiche e di dibattito politico, creato e diretto da Roberto Renzetti.
Altri siti che consigliano Gli Amici Di Filippo:
www.internazionale.it; la prestigiosa rivista che raccoglie articoli da giornali e magazine di tutto il mondo: lo sguardo, come dice la testata, ‘internazionale’.
www.keynesblog.com; contiene scritti e documenti di difficile reperimento in rete, spesso ispirati al pensiero di John Maynard Keynes.
www.huffingtonpost.it; una testata che raccoglie firme di rilievo in varie lingue.
www.aljazeera.com; il principale pregio è quello di raccogliere il punto di vista mediorientale sulla politica internazionale delle grandi potenze.
www.remocontro.it; è il sito di Ennio Remondino, noto inviato RAI nei luoghi di guerra, dalla ex Jugoslavia all’Africa, a Israele e Palestina.
Non poteva mancare www.bbc.com; la rete televisiva e radiofonica non ha bisogno di spiegazioni e il sito è la diretta emanazione della sua linea editoriale.
Infine, portiamo alla vostra attenzione www.abc.net.au; si tratta dell’emittente audiovideo australiana, figlia diretta della BBC per impostazione giornalistica e profilo culturale.
Primi commenti sulla riforma del Parlamento
Il tempo ci dirà quanta e quale vita avrà la riforma del Senato che il governo Renzi ha voluto con tutte le forze. La previsione che pare essere più verosimile è che non passerà del tutto indenne al vaglio della Corte Costituzionale che, prima o poi, sarà investita dal ricorso di qualche magistrato.
Certamente, questa riforma appare fortemente censurabile sotto due profili: quello del metodo e quello del contenuto.
Quanto al primo, non è il caso di spendere più che qualche parola; si tratta, a tutti gli effetti, di una riforma di portata epocale, comportando niente di meno che la fine del cosiddetto ‘bicameralismo perfetto’. In questo senso, dovrebbe essere quanto meno lo scopo principale di chi l’ha voluta, il suo significato si riverbererà nei prossimi decenni, fermo restando l’intervento (più che probabile, come detto) della Corte delle Leggi.
Ebbene, riforme di questa portata, vanno fatte in maniera più condivisa possibile: ovviamente senza pensare all’unanimità, ma certamente con la massima convergenza politica. Oppure, non si fanno. Modificare la Costituzione in un punto così nevralgico non si può fare con pochi, risicati voticini, raccolti qui e là (e in questa sede soprassediamo all’indecorosa compravendita di voti alla quale abbiamo assistito: ci torneremo). Sarebbe l’ABC del diritto pubblico e costituzionale, ma negli ultimi venti anni ci siamo purtroppo abituati a colpi sotto la cintura, con l’arbitro di turno che guarda altrove.
Sotto il secondo profilo, la censura va su quello che par sottendere a questa modifica costituzionale: l’inaccettabile ruolo di supremazia assoluta che avrà l’esecutivo, in totale contrasto con lo spirito della nostra Repubblica, che per il momento è ancora parlamentare. Di più ancora, appare intollerabile quello che si profila in maniera sottile e implicita – ma non per questo meno preoccupante – e cioè il costituirsi di quello che viene chiamato ‘partito della nazione’, un’entità rappresentativa che, nel suo espandersi grazie alla progressiva indistinzione delle istanze di cui è portatrice, appare pensata per coprire un’area politica estesa, di fatto comprensiva perfino di quella che oggi sarebbe o dovrebbe essere di opposizione.
Rischiamo di trovarci a che fare con un’entità rappresentativa (riesce difficile definirla ‘politica’ nel termine più nobile della parola) che, in maniera formalmente democratica, nella sostanza imporrà un dominio pressoché inattaccabile da parte di forze, poteri e istanze tutti compattati attorno a un programma che non potrà mai essere posto in discussione, né trovare una seria e capace opposizione.
Questa, appare essere in definitiva, l’idea di dominio che Matteo Renzi porta avanti da tempo, senza neanche preoccuparsi più di tanto di dissimularlo. Su questo campo Renzi va affrontato, combattuto senza quartiere e sconfitto.
Cesare Stradaioli
Alberto Andrioli su Bergoglio
Dopo l’ultima uscita del papa sui conventi-albergo che devono pagare le tasse sono sempre più convinto che il suo pontificato non durerà molto.
E il prossimo inquilino ripristinerà la portantina e girerà sempre con la mitria.
A.
Fiammetta Formentini su Filippo
Filippo è stato professore nel mio liceo, il Liceo Unitario Sperimentale, che io ho frequentato per i primi 3 anni dal 1974.
Per chi non lo sapesse il LUS era la sperimentazione della riforma della scuola media superiore. Si basava sul prolungamento dell’obbligo scolastico e pertanto era strutturato in un biennio “unico” seguito da un triennio di indirizzo. Quindi la scelta dell’indirizzo veniva posticipata insieme all’obbligo che si sosteneva dovesse passare da 14 a 16 anni. Altra questione fondamentale era la divisione tra materie obbligatorie e materie opzionali, con la quale si strutturava un programma di studio in parte personalizzato e individuale, fatto di corsi scelti dagli studenti che spaziavano su tutte le materie e gli argomenti che non erano contemplati nei programmi tradizionali o nel corso di studi scelto.
Filippo per anni ha insegnato fotografia. I sui corsi sono stati molto frequentati e apprezzati. Da lì sono nate grandi passioni e future professioni.
Ma lo Sperimentale ha condiviso con le altre scuole degli anni Settanta la passione politica con la grande differenza, io direi, che tale passione è stata vissuta insieme dal corpo insegnante, dagli studenti e dai genitori, assi attivi nella vita e nella gestione di quell’esperienza scolastica. I nostri insegnanti in molti casi non erano poi molto più vecchi degli studenti più anziani, e nelle assemblee gremite e accalorate le voci si mischiavano, si alzavano e si sovrapponevano. Filippo c’era sempre e sempre ha dato il suo contributo.
Il mio ricordo personale è molto preciso, mi ricordo quando mi accoglieva davanti a scuola dicendomi “ecco che è arrivato l’attrezzo”. Aveva ragione, in quegli anni il mio modo di vestire risultava assai particolare, persino nella fantasia che ci accomunava, e un po’ attrezzo lo sono ancora. Questo soprannome lo conservo con grande affetto.
Fiammetta Formentini
Figaro qua, Figaro là…
Mentre nel mondo accadono cose di un certo rilievo – a dirne tre: ci risiamo con i bombardamenti francesi, l’Europa dimostra tutta la sua pochezza a livello politico e sociale e Papa Bergoglio afferma che la figura femminile non è più da considerarsi tentatrice per l’uomo (mettendo così in mora, sul punto, le altre due grandi religioni monoteiste e verrebbe da dire che, delle tre, questa si candida a essere la più significativa) – in Italia assistiamo all’inverecondo mercimonio di seggi parlamentari allo scopo di arrivare con una maggioranza risicata per quanto eterogenea, a una modifica di enorme significato della nostra Costituzione e del nostro sistema politico.
Mettiamo per un attimo da parte la considerazione – che andrebbe,in verità, gridata porta per porta, casa per casa – secondo la quale se la campagna acquisti di senatori da parte del governo Renzi l’avesse fatta Berlusconi (e l’ha fatta, con numeri di gran lunga inferiori), a quest’ora saremmo assordati dalle reazioni della parte di stampa che, in misura nemmeno paragonabile al sostegno che negli anni ’60 avevano i governi a guida DC, in coro e in perfetta intonazione appoggia incondizionatamente l’attuale esecutivo.
Una riforma costituzionale urge, a parere di chi scrive, con maggiore insistenza di tante altre, quella dell’articolo 67 che così recita:
Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione
ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.
Ecco, noi aboliremmo la seconda parte di questo articolo, che all’epoca fu pensato e scritto da gentiluomini per altri gentiluomini. In un’epoca che, fino a una ventina di anni fa, contemplava il passaggio da un partito all’altro (o all’entrata in un gruppo misto) come un fatto piuttosto raro; quando, in ogni caso, la compravendita di onorevoli e senatori non si svolgeva, quanto meno nel modo così sfacciato e lurido di adesso; soprattutto quando, nel caso in cui un esecutivo fosse stato sfiduciato dal Parlamento (andare in minoranza, come si usa dire), un momento dopo il Capo del Governo andava a rimettere il proprio mandato nelle mani del Presidente della Repubblica.
L’abolizione della mancanza del vincolo di mandato porterebbe il parlamentare, di fatto, alle dimissioni dalla Camera di appartenenza, per fare posto al primo dei non eletti del suo partito. Ciò darebbe una qualche speranza che il suddetto mandato venisse preso un po’ più sul serio di quanto non lo sia adesso: non ci costringerebbe ad assistere a spettacoli avvilenti (per chi li vede e per i protagonisti che li animano) di parlamentari ben pagati e ben garantiti nel futuro i quali, esclusivamente per propria convenienza, passano da una maggioranza all’altra con la medesima disinvoltura con la quale una passeggiatrice salta da un’automobile di un cliente a quella di un altro. E, cosa maggiormente importante, non darebbe luogo ad approvazioni di leggi fondamentali – o loro modifiche – attraverso accordi di comodo e non con la lungimiranza e onestà politica che richiederebbero.
Cesare Stradaioli