Che cos’è accaduto, si domanda Giorgio Ficara in questo suo ultimo lavoro; perché il romanziere italiano contemporaneo, con il suo idioletto planetario, indefinitamente traducibile e deducibile dall’informazione, ha rinunciato a se stesso, alla propria continuità e ai propri fondamenti? Non sarà perché scrive in “una specie” di inglese, modello bar-pizzeria-ristorante-specialitàpesce? Quello, per intenderci, ‘spanglish’, ‘chinesish’ (Gadda potrebbe definirlo mezzodiniente) astrattamente parlato – male – in tutti gli aeroporti del mondo?
Potrebbe essere una semplice questione di bellezza, se non fosse che la bruttezza – oltre a essere psicosomatica, come concludeva amaramente Gaber – non è altro che la non verità di certi libri, ritenuti tali da una specie di precomprensione mediatica. Secondo l’autore, certi libri sono ‘brutti’, non tanto e non solo in quanto portano in sé la rinuncia alla continuità con la lingua letteraria italiana, ma anche (e, forse, soprattutto) perché rispetto all’attuale pena del mondo scelgono un falsetto estetizzante, pigramente ricorsivo. Se i libri non rappresentano un accrescimento di umanità (anche e forse soprattutto tramita la tragedia, la disperazione, la miseria), per quale motivo dovremmo dirli ‘belli’?
Il ‘non italiano’ degli scrittori che potremmo definite “nuovi” – rispetto agli “ultimi” della vecchia catena – pare essere un’allucinata meraviglia di fronte al mondo globale; romanzi storici, polizieschi, sentimentali, borghesi si incalzano febbrilmente sui banchi dei librai, ostentando quel piccolo, opprimente e scivoloso “nuovo italiano”, che già Pasolini – ancora una volta, l’ennesima, profetico – sanzionava negli anni Sessanta.
Bisogna dire che Ficara non le manda a dire e, tanto per non fare nomi, indica Umberto Eco, con la sua indifferenza nei confronti della letteratura (testuale) che, secondo l’autore ha avuto del clownesco (noi avremmo usato il termine ‘giocoso’ e non si intenda che fosse meno irridente), il capostipite di questa generazione di scrittori resi euforici dall’abbondanza di merci nel serbatoio del mezzo linguistico. D’altra parte, le figure ‘giovanili’, le opere ‘giovanili’ sono divenute il fulcro di un mercato editoriale vorace e banale. Alla stregua delle quote ‘rosa’, le quote ‘giovani’ hanno dichiarato fuori corso la vecchia disciplina della ricerca linguistica (o, per lo meno, di una parvenza di struttura appena un po’ più complessa del “Lei disse” “Lui disse”), come se scrivere fosse un qualcosa di naturalmente contiguo al comunicare e la giovinezza, mai tanto strombazzata come oggi, a tutti i livelli, partendo da quello politico, la sola garanzia dell’eloquio più appropriato.
Stranamente, ma solo all’apparenza – a osservarli da vicino la cosa appare più logica – non sono votati alla scrittura di quello che Elsa Morante definiva “l’ultimo romanzo possibile”, quanto piuttosto a scrivere l’ultimo di una serie infinita e disponibile. Il problema vero sembra essere la libertà di espressione, il che parrebbe un’eresia, se vista e ascoltata da lontano; facendosi più vicini, si può concordare con l’assunto secondo il quale oggi si può scrivere di tutto, è consentito scrivere tutto di tutto, ma la libertà creativa (come qualsiasi altra rappresentazione della libertà) richiede un autocontrollo critico. Tolstoj soleva ripetere che il romanziere è un cuoco che va al mercato e guidato unicamente dagli effluvi e dalla vista, sceglie il menu del giorno.
A parziale comprensione quasi empatica, l’Autore butta lì che non vorrebbe trovarsi nei panni del romanziere italiano contemporaneo: in quanto figlio di una letteratura ‘alta’ – ché, secondo Ficara, in Italia quella ‘bassa’ non esiste, a differenza del cosiddetto entertainment di stampo britannico), ha troppi padri con i quali confrontarsi, una lingua troppo colta da inseguire continuamente e nel fare questo, si direbbe fatalmente, la scimmiotta, non essendone all’altezza e non è neanche detto che dovrebbe per forza esserlo. Di grandi padri, Ficara ne cita diversi, ma si può sintetizzare l’intero riferimento a tre nomi: La Capria, Gadda e Montale.
“Ogni volta che riesco a comporre una frase ben concepita, ben calibrata e precisa in ogni sua parte, una frase salda e tranquilla nella bella lingua che abito, e che è la mia patria, mi sembra di rifare l’unità d’Italia”, scriveva il primo e al di là della costruzione davvero impeccabile della frase di cui sopra, è impossibile non rimanere colpiti dal superego che l’ha dettata, ma d’altra parte se non si mira alto si prendono solo nuvole basse che assomigliano più a foschia. Per questo è arduo con concordare con lui e da qui nascono le aspettative.
Più rude e diretto, Gadda ce l’aveva con l’italiano perfettino – da salotto di zia Giulia direbbe Antonino Scalone – “una sorta di immortale monolingua, di fatto intrasmissibile e incomprensibile”: “se il Foscolo, che scriveva ‘t’amerò eternamente’ alla Stolzberg e alla Mocenni, si fosse invece sbattuto un frittatino alla svelta, ci saremmo risparmiati tutta la sua ‘splendidezza’, la lindura dei versi suoi e di tutti i poeti monolinguisti del severo Ottocento” scriveva ne “La battaglia dei topi e delle rane”; con tanti saluti agli scrittori contemporanei che hanno avuto un’educazione classica, dalla quale sono convinti di pescare a piene mani per distinguersi dagli altri, e invece non si accorgono, ancora una volta di scimmiottare una scrittura che non c’è più, che non può esserci più e alla quale, però, non sono in grado di dare continuità.
Quanto a Montale, osservava come il pubblico della poesia e della critica sia scomparso, nel nostro Paese; poeti e critici vagano come sonnambuli che la gente comune scansa, incredula, mentre la poesia stessa difficilmente potrebbe sopravvivere, nel mondo dell’informazione e scriveva queste righe sessanta anni or sono. Sessant’anni dopo, a margine di un film americano viene citata una frase che si dice carpita da un dialogo in un bar, a proposito della crisi economica e alla difficoltà di accettare i dati di fatto: la realtà è come la poesia e la poesia alla gente sta sulle palle; tragico contrappunto alla domanda che il premio Nobel si poneva, come era potuto accadere che la poesia fosse diventato un gesto che non ci riguarda. E se fosse, conclude sul punto l’Autore, per il fatto che semplicemente non ci sono poeti o quelli che ci sono non sono all’altezza?
L’amara considerazione che apre il libro – ma potrebbe benissimo chiuderlo e non muterebbe il contenuto del lavoro di Ficara – intorno al fatto che nel banco dell’ortolano il carciofo e il tarocco di origine protetta fanno bella mostra di sé, mentre in libreria si trova pochissima letteratura ‘biologica’ porta alla conclusione per la quale una lingua e una nazione esistono solo se esiste continuità letteraria e si interrompono entrambe là dove si interrompe la letteratura.
Cesare Stradaioli
Giorgio Ficara – LETTERE NON ITALIANE – Bompiani – pagg. 325, €13