Si confrontano in un dialogo serrato e senza tanti birignao i due più importanti magistrati del cosiddetto ‘pool Mani Pulite‘. All’epoca, il braccio giustizialista della Procura di Milano era rappresentato da due figure ugualmente efficaci dal punto di vista mediatico, pur se diametralmente opposte sotto pressoché tutti gli altri punti di vista: il vulcanico e travolgente pubblico ministero Antonio Di Pietro e Francesco Saverio Borrelli, l’algido Procuratore Capo. Il primo non disdegnava farsi fotografare nella classica canotta neorealista mentre guidava il trattore nelle sue terre in Molise, il secondo preferiva essere conosciuto anche come pianista di un certo livello. Ma le vere menti pensanti, quelli che amavano stare in seconda fila, a farsi sentire poco – tutto il contrario dei primi due – erano proprio Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo, pure loro agli opposti reciproci, per il modo di intendere la vita, la giustizia, i rapporti umani e la loro stessa professione. Loro due costruirono e diressero la complessa attività di quella stagione che, bene o male, fece luce su un intero sistema politica, e lo fecero quasi nella penombra, volutamente oscurati da Di Pietro e, nello stesso tempo, lavorando sotto l’ala protettiva di Borrelli: a loro modo, entrambi costoro fungendo da parafulmine per stampa e politica.
Al di là del come in questo saggio le questioni vengono poste, ben identificabili nei rispettivi modi da chi conosce i due interlocutori, il principale pregio dell’opera sta nel rendere chiare e comprensibili – poi ognuno si forma, consolida o modifica la propria idea – le tematiche trattate, anche perché queste due figure pubbliche (Colombo non è più magistrato dal 2007, essendosi dimesso da Giudice di Cassazione, mentre Davigo di una sezione della Suprema Corte è presidente) espongono in maniera diretta, talvolta anche troppo (Davigo) e forse qui e là in maniera eccessivamente sbrigativa (Colombo) i propri punti di vista che già li differenziavano all’epoca della più famosa inchiesta giudiziaria sulla corruzione. La vulgata voleva Colombo di sinistra per le sue idee cosiddette garantiste, come pure Borrelli, là dove i metodi diciamo così da questurino di Di Pietro e l’inflessibilità di Davigo li vedeva collocati a destra, ma è storia vecchia che di tanto in tanto si ripresenta nelle cronache giornalistiche, utilissime a essere strumentalizzate da questo o quel rappresentante politico.
Il disaccordo, definito perenne nel sottotitolo, che separa i due interlocutori, al di là di interessanti disquisizioni e divagazioni che spostano l’attenzione dalla pratica quotidiana della legge a citazioni di Sant’Agostino, Foucault, Adam Smith o Aristotele, oltre i comuni punti di vista sulla corruzione e l’inefficienza della macchina giudiziaria, verte principalmente sulla pena, cioè sul carcere: l’inflizione della pena, quale pena, quanta pena, in che modo, dove e con quali prospettive e SE le prospettive debbano esserci per tutti ovvero se per una – per quanto ristretta – cerchia di condannati, di prospettiva non si deve neppure parlare, diversamente la serietà della risposta punitiva rimarrà debole e sbiadita, finendo così col non riuscire in alcun modo a cambiare l’animo del cittadino medio italiano che, opinione comune fra i due (pur se Colombo accusa Davigo di schematismo e furore punitivo, mentre costui ribatte sostenendo come il primo tenda a perpetuare il mito del buon selvaggio rousseauiano, che nasce buono e socievole), manifesta imperterrita negli anni la perniciosa tendenza alla corruzione, chiesta, favorita, ostentata e praticata a tutti i livelli della società.
Se un’osservazione va fatta ai due Autori – parlare di critica sembra eccessivo e si legga questo tenendo conto del fatto che chi scrive si sente, per cultura e inclinazione politica più vicino (o, se si preferisce, meno lontano) a Colombo piuttosto che a Davigo – è la mancanza di un riferimento, sia pure minimo, al fatto che entrambi (Colombo sempre Pubblico Ministero, Davigo quasi sempre, all’inizio per un breve periodo della sua carriera fu Giudice – si tenga conto che, nominati poi entrambi Giudici di Cassazione, si occuparono della legittimità dei giudizi avverso i quali veniva mosso ricorso, poiché la Cassazione non entra nel merito delle decisioni impugnate) in quanto comunque magistrati, all’interno delle complesse dinamiche sociali di un consorzio civile, intervenivano, diciamo così, a valle, cioè quando il reato si presume commesso o è stato commesso davvero, cosa che deve decidere la Magistratura giudicante.
In qualche modo essi sono spazzini – e non c’è nulla di offensivo a sentirsi chiamare così, essendo per tutti noi fondamentale questa attività lavorativa, si tratti di rimuovere l’immondizia o di istruire un procedimento per punire un crimine – cioè personale che interviene ‘dopo': dopo che la cartaccia è stata gettata, dopo che la mazzetta è giunta a destinazione. Manca, nella loro analisi sulla Giustizia, un riferimento alla prevenzione, se non un breve e controverso dialogo sulla formazione scolastica, come avviene, qui in Italia e all’estero, ma si tratta comunque di una manchevolezza di carattere minore.
Cesare Stradaioli
Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo – LA TUA GIUSTIZIA NON E’ LA MIA – Longanesi – pagg. 168 €12,90